Il conflitto tra apparenza e realtà, con i suoi effetti spesso perversi, penetra in tutti gli aspetti della vita umana; anche le norme giuridiche, dalle più alte (quelle Costituzionali) alle più minute (della legislazione ordinaria) possono mostrare un volto che non è quello vero.

Esaminiamo il caso dell’articolo 33 della nostra Costituzione, che può ritenersi un modello di camuffamento dei fini da perseguire di tipo, per così dire, “ideologico”.

Partendo dall’ipotesi astratta di un intento pravo, l’abilità  maggiore, in sede Costituente, del nostro legislatore, costituito prevalentemente da cattolici e comunisti ( dimostratisi con il tempo, sempre più devoti sino al punto di confluire nello stesso partito) è stata quella di nascondere gli interessi concreti che si volevano effettivamente favorire sotto una coltre di parole astratte il cui significato letterale riusciva a  rimandare la mente del lettore ad altro.

La norma, infatti, dopo avere aulicamente sancito che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento, stabilisce che Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Chi avrebbe potuto affermare che la disposizione, nella concatenazione dei termini usati per formularla, non rispondesse a un’idea di libertà e fosse espressione del più puro liberalismo? Probabilmente solo un liberale vero, di scuola laica ed empiristica, non avviluppato nella retorica, perversa, dell’idealismo tedesco o in quella, falsa, dei tardo- risorgimentali, avrebbe potuto scoprire la magagna. Di quei liberali, però, non v’era in Assemblea Costituente neppure la più pallida ombra.  Ve ne erano solo di “pronti a venire in soccorso dei vincitori” – avrebbe detto Ennio Flaiano.

Lo stesso articolo, in cauda venenum,  prevede che il legislatore ordinario, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurarne la piena libertà e sancire “l’equipollenza del trattamento scolastico privato a quello degli alunni di scuole statali”.

Che cosa è avvenuto nel “Bel Paese” dei potentissimi “Guelfi”?

La formulazione astratta di quel principio definito di libertà, calato in una realtà sostanzialmente confessionale (al di là dell’apparenza) ha prodotto il monstrum dei “diplomifici”: in massima parte religiosi e, per le briciole,  civili.

Quelle norme hanno dato luogo alla nascita e alla crescita sullo Stivale di un numero considerevole di  “scuole” private, la cui pubblicità, nei manifesti scritti a caratteri cubitali e affissi sulle mura cittadine,  recita, parola più, parola meno: “Tutti promossi a fine anno!” oppure: “Bocciato?Non fartene un cruccio: ci pensiamo noi!”

Qualcuno comincia a chiedersi se quelle scuole parificate, religiose o civili che siano, non abbiano fatto (e continuino a fare) un grande “male” alla collettività dei cittadini, esplicando un’attività, in buona sostanza, contraria alla cultura, alla morale, alla giustizia, all’onestà e chi più ne ha ne metta.

Naturalmente, è difficile immaginare la Chiesa cattolica  che  gestisce il numero più cospicuo di scuole parificate abbia mai pensato (e  pensi) di fare del “male” (che, oltretutto, è un prodotto concettuale proprio dal manicheismo religioso).

E’ giocoforza, però, ritenere che anche  l’attività esercitata dai privati civili (da essi praticata, sulla stessa falsariga di quella dei preti e delle monache) abbia la stessa natura e connotazione “benefica”.

L’operato della Chiesa, in questo settore, d’altronde, è pienamente conforme all’imposizione da parte della Bibbia ai propri fedeli di non mangiare i pomi dell’albero della conoscenza e quindi di restare ignoranti a vita.

Rispettare gli insegnamenti delle sacre scritture che ritengono, la “ciucciagine” un viatico sicuro per guadagnarsi il Paradiso è un obbligo per gli ecclesiastici.

Sotto tale profilo, anche i gestori privati di scuole parificate, dando diplomi fasulli agli incolti, aiuterebbero la Chiesa a mantenere i propri fedeli nella benefica ignoranza volta da Dio. Farebbero, quindi, opera meritoria (ai fini della conquista dell’al di là) e non malefica (nell’al di qua).

C’è, ovviamente, anche  chi sostiene, in contrario, che i “diplomifici” farebbero realizzare ai gestori di scuole parificate lucrosi guadagni, istituendo una sorta di tassa sugli asini; in altre parole, si farebbero pagare cifre illecite per dare titoli di studio a chi non li merita, anche al fine costituzionalmente garantito, di non far gravare “oneri sullo Stato”.

Naturalmente le argomentazioni del pensiero laico non si fermano qui.

Quei “ciucci” e chi li “diploma” fanno sicuramente del male ai loro simili, creando una società di analfabeti incapaci di governare e di esercitare degnamente, anche solo livello medio, mestieri e professioni.

In conseguenza, la Chiesa cattolica con i suoi istituti religiosi parificati, aiutati per giunta, con mille espedienti e molti intrallazzi, da uno Stato governato da uomini politici, per così dire “di sacrestia, avrebbe le sue responsabilità per il degrado attuale della vita pubblica del Bel Paese. E insieme a essa, vi sarebbero le colpe degli operatori economici privati che si dedicano a favorire la realizzazione dello stesso obiettivo.

L’effetto più perverso della diseducazione culturale, operata dalle scuole parificate italiane, religiose e private, si è manifestato, per la prima volta in forma eclatante, con la cosiddetta rivoluzione studentesca del 1968, sbocco naturale  e ineludibile.

Definendola “immaginazione” (per non chiamarla con il suo vero nome), i giovani, in quegli anni turbolenti,  rivendicavano per “l’ignoranza” il potere sulla società.

Era preteso, inoltre, come un diritto irrinunciabile  il “diciotto politico” agli esami universitari.

In quegli anni, si ponevano, infine,  le basi perché anche la scuola pubblica passasse da un inquinamento parziale (dato da pochi docenti  ignoranti) a uno totale (o quasi) di insegnanti generalmente incapaci.

All’epoca dei Costituenti solo pochi, occulti “addetti ai lavori delle segreterie politiche” sapevano che le norme di cui l’ordinamento dello Stato Italiano si sarebbe infarcito avrebbero favorito clamorosamente gli interessi confessionali della Chiesa cattolica e quelli lucrativi di spregiudicati operatori economici,amici Curiae, e avrebbero dato, conseguentemente, i loro frutti malefici e avvelenati soltanto con il passare del tempo.

Oggi, siamo arrivati a quel redde rationem.

Il livello culturale degli Italiani è degradato in tutti i settori di attività della Nazione. I giovani dotati di capacità intellettive superiori alla media prendono la strada degli studi all’estero. In Italia restano “gli scarti” e il Paese assume sempre di più le caratteristiche della cosiddetta Repubblica delle Banane, di tipo sudamericano: a ogni   livello, imperversa la corruzione degli individui“a tutto chiamati e a nulla eletti”; al Parlamento giungono rappresentanti del popolo che non sanno scrivere leggi in corretto italiano; i Governanti sono della stessa risma; i giudici e i pubblici accusatori sono impiegati statali che sono  riusciti (con poche nozioni malamente assimilate in Università nelle mani di docenti che menavano vanto di essere stati “sessantottini”) a divenire gli arbitri incontrollati e incontrollabili della vita di ogni cittadino.

Intanto, se la Chiesa ha cominciato, da qualche anno, ad avere i suoi problemi (non per gli effetti dell’ignoranza alimentata dalle sue scuole parificate ma) per le pratiche di omo o pedofilia dei seminari ecclesiastici e dei conventi, gli intrallazzi ministeriali continuano a consentire a studenti e allievi di essere “promossi” a fine anno e di considerare le bocciature soltanto dei minimi incidenti di percorso facilmente superabili.

Difficile prevedere, allo stato delle cose, per il Bel Paese un futuro migliore!

CONDIVIDI

1 COMMENTO

  1. E che dire delle scuole pubbliche a partire da Napoli in giù? Esse sono diplomifici però a totale carico dei cittadini, anche di quelli che frequentano le scuole private a nord, giacchè anche per esse pagano le tasse. In più, a causa dei voti altissimi che vengono spesso regalati al sud succede che spessissimo i concorsi pubblici vengano vinti da diplomati e laureati che possono vantare questi inadeguati punteggi, togliendo, oltre il danno la beffa, ancora opportunità di lavoro a coloro che hanno dovuto sudarsi i punteggi a nord. Va bene essere laici, ma ad essere anticlericali a prescindere si rischia lo statalismo più bieco!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here