In un’intervista concessa al“Financial Times, Vladimir Putin ha sostenuto che l’approccio liberale ai problemi del Pianeta  è entrato in conflitto con gli interessi della gente. Aprendo  le porte all’immigrazione e ad un insensato “multiculturalismo,  sostanzialmente bocciati dalla maggior parte delle persone, il liberalismo democratico avrebbe perso il favore di cui godeva. E ciò, a tutto vantaggio dei populismi nazionali.

Nel seguito dell’intervista,  Putin definisce Donald Trump, un populista vero,  una persona di talento che, non conoscendo le distorsioni della carriera politica, ha una precisa visione del mondo e degli interessi nazionali degli Stati Uniti d’America: egli saprebbe molto bene ciò che i suoi elettori si aspettano da lui, prevedere le esigenze dei suoi cittadini e assecondarle.

Tra i due punti salienti della interessante intervista (sul liberalismo e su Trump) v’ una perfetta coerenza. Una concezione nuova e inedita del mondo contemporaneo caratterizza sia il Presidente statunitense sia quello russo.

Degli argomenti trattati nell’intervista,  ho scritto in molti miei libri e in ripetute note apparse su questo giornale on line.

Sono perfettamente d’accordo con  Putin e dell’idea che lui ha di Trump.

Il Presudente in carica degli Stati Uniti d’America ha manifestato, più volte e sempre in modo molto chiaro il proposito di ricollegarsi allo spirito dei Padri fondatori del Nuovo Continente e di opporsi al multiculturalismo, sotterraneamente imposto agli Statesdall’influenza delle ideologie, salvifiche e buoniste, di stampo religioso e filosofico, che per secoli hanno dominato la vita europea dilaniando, con guerre dette sante e con atroci stermini di massa     la vita collettiva del vecchio Continente.

Trump, in altre parole, si è detto più volte convinto che il capitalismo Nord-Americano abbia subìto, per effetto del pluralismo culturale, molti e notevoli colpi nocivi per il suo buono stato di salute. Chi, alle ultime elezioni presidenziali americane, ha votato per Donald Trump, ha condiviso tale diagnosi e plaude, oggi, al riscatto della tradizionale mentalità anglosassone dalla pastoie dell’europeizzazione dei costumi di vita; vuole, altresì, che sia troncata  la trama presunta di interessi con il potere della grande industria delle armi, con quello dei petroldollari e con quello, infine, dei vertici della finanza mondiale, IOR compreso.

Le accuse fatte trapelare dal nuovo inquilino della Casa Bianca, nel corso della campagna elettorale, sono state  ricordate nel discorso d’inaugurazione e nelle asserzioni ufficiali del Presidente e, man mano, ribadite nei suoi incontri ufficiali con alte personalità della poltica mondiale, Papa compreso.

Secondo alcuni osservatori, gli Statunitensi di Trump sostanzialmente rifiutano di vivere sotto l’influsso di una mentalità che non è più la loro delle origini liberali ed è invece, molto influenzata dai cosiddetti valoridominanti nell’Unione Europea. Inoltre, gli atteggiamenti e i collegamenti trasversali dell’establishmentdi Obama e dei suoi predecessori con le potenze di  aree lontane con cultura diversa da quella nord-americana  hanno insospettito un elettorato attento e reso guardingo da fatti recenti di un certo peso. Se, quindi, la mente costituita dall’establishmentdi quei due Paesi si  dimostrava sempre più sedotta dalle logiche della City e di Wall Street, la cosiddetta pancia (il popolo, capeggiato dal ceto medio della Nazione) avvertiva, con intensità crescente, il pericolo di una grave perdita di autonomia e in buona sostanza di libertà e di democrazia. D’altronde, a differenza che nel Centro e nel Sud-America, dove l’ondata migratoria latina, prevalentemente hispanica, aveva fatto strame di ogni speranza di convivenza civile corretta e ordinata e aveva eletto la corruzione pubblica a regola di vita (attraverso l’uso e l’abuso del cattolico perdono), negli Stati Uniti l’impronta (almeno, di fondo) britannica non s’era mai perduta. Era, soprattutto, rimasto, sempre nella cosiddetta pancia di quel grande Continente, il ricordo di un Paese divenuto grande per l’opera dei Pionieri Inglesi (e dei Padri Pellegrini, che pur essendo cristiani erano dichiaratamente favorevoli, per effetto delle idee maturate con lo scisma calvinista e anglicano, allo sviluppo capitalistico). In Inghilterra, le divisioni politiche interne erano derivate anche dalla partecipazione del Paese all’Unione Europea (che Winston Churchill non aveva mai auspicato e che Margareth Thatcher detestava) dove predominava una mentalità del tutto incompatibile con una realtà, come quella britannica, che non aveva mai conosciuto lo Stato assoluto (tranne che per il breve periodo dei Tudor). La Gran Bretagna si era trovata immessa in una comunità retta da un’elefantiaca burocrazia di bancari ed ex bancari disegnata su linee “colbertiane”, che l’avevano posta al servizio prima dell’assolutismo del re Sole, poi di Napoleone e infine dello Stato borghese retto da uomini politici, divenuti con il passare del tempo progressivamente sempre più cinici,  corrotti e orientati verso un capitalismo meramente monetario. In più, per finalità non sempre chiare, l’Unione Europea stava diventando il luogo d’approdo e d’insediamento dell’immigrazione islamica, con la previsione immancabile dell’aggiunta dell’assolutismo di tale teocrazia alle tradizionali ideologie autoritarie già prevalenti. Per gli Inglesi, anche secondo Putin, la Brexit era l’unica via d’uscita dall’impasse.

Nell’intervista, non se ne fa cenno ma è probabile che Putin riconosca anvhe l’interesse di Trump a rivedere le regole del liberalismo in materia di scambi commerciali con il ripristino dei dazi dognali a causa delle condizioni radicalmente mutate del mercato del lavoro ne paesi concorrenti.

Tutto ciò premesso, va detto che meraviglia più in Putin che in Trump il giudizio dato sul pessimo ausilio intellettuale dei cosiddetti progressisti del Pianeta.

Sono stati gli intellettuali che, resisi conto della incapacità del socialcomunismo di perseguire l’impossibile obiettivo di rendere tutti gli uomini economicamente eguali, hanno inventato il principio altrettanto paritario, ma più comodo, del “multiculturalismo”. Naturalmente non si sono spinti sino al punto di dire che v’è equivalenza tra le cantiche  Dante Alighieri e le musiche di Ludwig Von Beethoven, da un lato, con gli anonimi o sconosciuti inventori dei canti d’assalto dei Tutsi e degli Huti della guerra civile ruandese, ma di falsità, menzogne e reticenze  ne hanno dette, sognando i loro Stati “etici”, ispirati a dottrine filantropiche.

Questa stessa linea di pensiero, in materia di costume, seduce, oggi, i nostri ragazzi che ostentano disprezzo per le case borghesi europeee (cosiddette “in stile”) dei genitori e desiderano esprimere tutto il loro rifiuto dei prodotti della propria civiltà, mostrando ammirazione e meraviglia per ruvidi e mal fatti mobili definiti “etnici”, provenienti da paesi di più arretrata civilizzazione, dove l’artigianato muove solo i suoi primi, incerti passi. Una sorta di delirio, del tutto illogico, per ogni e qualsivoglia cultura primitiva contagia i rampolli delle classi cosiddette “colte” occidentali che fanno a gara, con superficiale approssimazione, per scoprire risvolti di una qualche civiltà, ritenuta superiore, negli usi e nei costumi di popolazioni, che, spesso, stentano persino a utilizzare la propria intelligenza per sopravvivere.

Il multiculturalismo è diventato la nuova Bibbia di masse superficiali e, soprattutto, incolte (per gli effetti del cosiddetto “Sessantotto”) e soprattutto impreparate  ad affrontare i problemi che il futuro pone.

In conclusione, Putin e Trump, non ritengono che: a) tutte le cosiddette “culture”, abbiano pari “dignità” e siano comunque uguali in tutto e per tutto; b) che per tale asserita e non provata identità esse possano consentire di vivere in una Koiné universale di pace e amore, dilatabile oltre  gli attuali confini delle società organizzate.

Per i due grandi Statisti, non è così. I livelli di civiltà sono molto diversi da Paesi a Paese e metterli insieme potrebbe rappresentare una vera catastrofe.

Putin e Trump sono entrambi “populisti e sovranisti” e tengono in assoluto “non cale” le sempre più impotenti e disperate invettive degli arrabbiati Euro-continentali. Buon….per i loro popoli destinati a non languire come gli sfortunati abitanti del vecchio Continente in preda a immigrazioni selvagge, a obblighi di pareggio di bilancio, a divieti di sforamento del debito pubblico: il tutto  a maggior beneficio degli gnomi della Finanza, “banchieri”, newyorchesi e londinesi, che controllano e dirigono i “bancari” dell’Unione Europea

 

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