L’idea di libertà, che è al centro di ogni pensiero liberale, nasce e progredisce in ambito esclusivamente individualistico e si nutre di pragmatismo operativo.

Se determinati e specifici esseri umani, liberi da preconcetti e pregiudizi ideologici, intendono rifiutare ogni costrizione da parte di altri e pretendono di pensare e di agire in piena autonomia si pongono alla ricerca di un metodo che consenta loro di perseguire il proprio benessere compatibilmente con  quello della collettività in cui vivono.

Naturalmente, le parole “individualismo” e “personale benessere”, dopo due millenni di aberranti deformazioni mentali e psicologiche, sono intese  dall’uomo, divenuto per l’insegnamento di “cattivi maestri, intriso di universalismo astratto come sinonimi di egoismo e usate sempre  con molta circospezione (se non paura).

Gli esseri umani che “sanno” di non essere (almeno sempre) “buoni”, sono divenuti in numero enorme “buonisti”a ciò sospinti da onde ideologiche di duplice natura: religiosa o filosofica-idealistica.

Mostrano orgoglio nel sostenere di essere impegnati in una battaglia per la libertà di tutti gli abitanti del Pianeta.

Senonché il concetto di libertà universale è una pura astrazione; fuoriesce dal terreno di una sua  concreta realizzabilità; evapora e si perde nei fumi dell’indefinito; diventa uno di quei tanti Valori irrazionali e fantasiosi per cui i “buonisti” vanno a nozze.

I liberali dovrebbero tenersi lontani dagli ideologismi benefici e salvifici e dai Dulcamara che promettono lune nei pozzi.

Dal punto di vista dell’azione politica, infatti, l’impegno per la libertà universale è un vero non sense e può essere inteso soltanto come mero auspicio.

Il concetto  di libertà e di azione liberale consente un’estensione limitata unicamente ad altri individui che vivono sullo stesso territorio e costituiscono una collettività organizzata con norme e regole di convivenza comune.

Senza che la logica e il buon senso ne soffrano, si può parlare della libertà di un popolo che intenda governarsi con leggi proprie e attraverso suoi rappresentanti senza dipendere da potenze straniere o essere vessato da dittatori,  tiranni, despoti che della libertà intendano privare i cittadini, visti come sudditi.

In altre parole, a rigor di ragione, il confine della polis, della collettività organizzata e coesa, individuabile in una res publica definita, circoscritta e sovrana costituisce un limite invalicabile per il concetto di libertà; con buona pace degli “anti-sovranisti” per vocazione o per “moda”, ormai in crescita esponenziale.

Fuori della polis e senza l’esistenza di istituzioni con poteri autoritativi, di controllo e di repressione  non v’è politica (e azione concreta da svolgere) a salvaguardia del bene della libertà: vi sono solo voli pindarici, fantasie religiose ecumeniche, visioni allucinate e colorate di gente che sogna di vivere in una “bengodi”utopistica.

Purtroppo, per molti liberali della parte continentale dell’Europa, a causa dei molti cartelli indicatori posti sulla strada della politica, nel corso degli ultimi decenni, da democristiani e socialcomunisti, la “dritta via” s’è da tempo “smarrita”.

I liberali del Continente, digiuni da sempre (per la cattiva sorte incontrata dal De Rerun Natura di Lucrezio al di qua della Manica)  di sane concezioni empiristiche e pragmatiche (che pure avevano fatto di Roma la madre dell’idea di libertà) si sono lasciati condizionare e sedurre da concezioni ecumeniche e universalistiche di religioni e filosofie d’impronta idealistica, per loro natura astratte, prive di ogni connessione (diretta o indiretta)  con la realtà concreta.

Un liberale per la paura di apparire un “cinico individualista” privo di spinte umanitarie, s’induce a subire l’influsso nefasto dei falsi predicatori del cosiddetto“bene universale.

Se fa ciò, però, significa soltanto che crede, pur dicendo di non condividerne il contenuto, nella bontà degli assolutismi ideologici, elaborati da scuole dogmatiche, religiose o filosofiche e teme di mettersi in competizione di lotta (senza quartiere) con la follia fantasiosa  dei falsi cantori di nobili Valori. In altre parole,  si accoda a essi per avere, come vile premio, qualche cadreghino di secondo ordine e si allontana dalla pratica dell’unico metodo che può renderlo libero.

Probabilmente, è per un tale errore che i liberali si sono  condannati da  se stessi a essere del tutto irrilevanti nel panorama politico Euro-continentale.

Da seguaci di un metodo“politico” volto a individuare linee concrete per la soluzione dei problemi di una determinata  polis sono diventati imitatori dei fautori dell’utopia, delle regole del “nessun luogo”; in altre parole, si sono ritrovati a sognare (insieme ai visionari religiosi e ai filosofi dell’idealismo) un modello immaginario di società universale perfetta, dove ciascuno viva in piena libertà.

Non si sono resi conto che, percorrendo tale strada, il rischio più  probabile è che la libertà individuale, punto di partenza della loro ragion d’essere politica, sia finalisticamente e strumentalmente sacrificata per il raggiungimento di una meta irrealizzabile.

La domanda, allora, è: può un liberale adattarsi a essere un’appendice, peraltro non necessaria, dei grandi propalatori di progetti “valoriali”(brutto neologismo, usato dai politologi) per raggiungere mete somme di felicità universale  senza rendersi conto che per il perseguimento delle finalità utopiche si rischia proprio la perdita della libertà, l’imposizione di illibertà religiose e di tirannie politiche propagandate, come necessarie tappe, dalle astratte e fumose ideologie salvifiche ?

Un liberale non può fare  compromessi, anche se variamente e abilmente motivati, per giustificare l’asservimento a forze politiche di maggiore consistenza, portatrici di ideali astratti.

Un partito liberale non può accettare di fare da reggicoda a partiti politici ideologizzati, in senso religioso o filosofico. Né può secondare le logiche corporative dei ricchi detentori di denaro e svolgere un ruolo servente per il mantenimento di un potere affidato a mani illiberali per loro natura; non può, inoltre, favorire la subordinazione a interessi di popoli stranieri (come, purtroppo, avvenne nel nostro Risorgimento), e non può, infine, sottomettersi colpevolmente alle brame delle ingorde Banche e Centrali dell’alta Finanza (come fanno oggi, i liberali europei dell’ALDE, nell’odierna Unione come caudatari dei democristiani o cristiano-sociali e dei socialcomunisti o socialdemocratici).

Se Putin in buona sostanza ha detto che  i liberali eurocontinentali  sono obsoleti; che sono incapaci  di mondarsi degli errori del passato e (putroppo) del presente (per ciò che riguarda la loro soggezione, in Europa, al binomio democristiano e socialista, fautori di un capitalismo monetario voluto e imposto dalla Finanza Occidentale e contrario a ogni principio di libertà diniziativa non ha tutti i torti.

In realtà,  l’idea di rivedere taluni postulati ‘d’antan’del liberalismo l’aveva  già avuta (realizzandola, in grande parte, negli Stati Uniti) Donald Trump . Se il liberalismo è un metodo e non un’ideologia, esso dev’essere di volta in volta adattato alla realtà che cambia, senza le paure tipiche dei “fanatici”del “tradimento”di idee superate.

Il fatto che la critica del Presidente russo si muova sulla stessa linea di razionale lucidità di Donald Trump dovrebbe favorire il ripensamento di regole che solo per pigrizia mentale non sono state rese adeguate ai nuovi tempi.

Imprecare contro tali punti di vista, chiaramente manifestati da leader politici di finissimo acume e  passare all’insulto facile e gratuito, è da illusi supersnob della Cultura (scritta da loro con la maiuscola) e può diventare patetico.

L’erudizione (concetto diverso da quello di cultura) eurocontinentale ha sempre attinto a piene mani nel campo del fake storico e filosofico;  soprattutto, si è spesso alimentata con verba di uomini di pensiero che tali non erano, se non nel senso, di cattivi maestri.

Totalmente  incapaci, com’erano, di pensare con la loro testa, tutti gli Europei, compresi i  Russi oggi governati da Putin, convertendosi in passato all’idealismo, taluni, come i tedeschi, nella forma politica del fascismo e tali altri, come i russi, in quella del comunismo, hanno dato per l’affermazione di quel pensiero malato un contributo notevole.

Purtroppo, ancora oggi, l’Occidente  non s’avvede che molti dei suoi decantati e riveriti vati, hanno cantato, di certo in forme letterarie e metriche di dotta e raffinata elaborazione, le stesse, sostanziali giaculatorie degli sciamani religiosi provenienti dall’Oriente (più da quello vicino e medio che non da quello estremo) e/o di venditori di fumo sedicenti “filosofi” (con intenti salvifici come quelli fideistici estesi all’intera umanità e fortunatamente spazzati via nel ”secolo breve”, almeno nelle attuazioni pratiche più deleterie); in altre parole,  continua a  nutrirsi mangiando cibi adulterati e bevendo acqua di sorgenti inquinate. E’ prevedibile, quindi, che  la sua cosiddetta “cultura” non riuscirà mai a portarlo  fuori dalle secche della favolistica religiosa mesopotamica e platonico-idealistica (nelle due derive hegeliane).

Le parti più  elettrizzanti ed esaltanti (di destra) e quelle salvifiche e ugualitarie (di sinistra) dell’idealismo tedesco di fine ottocento (epigoni, purtroppo, non ancora stanchi del Platonismo autoritario e pseudo-aristocratico delle origini), continuano, infatti, a essere condivise da pattuglie di pseudo-intellettuali non soltanto nella parte continentale dell’Europa ma anche in Russia e non solo tra fascisti e comunisti ma anche tra sedicenti liberali.

Conclusione: I liberali Eurocontinentali, i pochi rimasti, devono farsi assolvere da molti errori e ravvedersi. Devono avere il coraggio di ritornare all’individuo senza superare i confini della polis, della res publica e dimostrare che i Cantori del Bene Universale, anche laici, fanno leva sulla pelle della povera gente non per perseguire nobili principi ma per sopraffare illiberalmente i più deboli tra gli esseri umani.

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