Le vacanze estive sono praticamente cominciate. La gente segue meno l’informazione televisiva e quella fornita dalla stampa: accoglie con un certo scetticismo le notizie sul denaro estero che rifluirebbe in Italia per condizionarne la vita politica; sa che, purtroppo, non si tratta di una novità. E’ stato così sin dai tempi “gloriosi” del Risorgimento, quando Inglesi e Francesi combattevano l’Europa asburgica sul terrirorio italiano, impegnandovi sterline e franchi; è stato così dopo la seconda guerra mondiale, quando per mantenere gli equilibri di Yalta i dollari provenienti dagli Stati Uniti d’America prendevano una direzione diversa da quella dei rubli dell’Unione sovietica di Joseph Stalin.
La “stanchezza” per i fatti della politica induce alla lettura. L’immagine del libro letto sotto l’ombrellone è diventato uno sterotipo piuttosto ricorrente in Luglio e Agosto.
Il libro che ho in lettura rispolvera il ricordo di uno dei miei scrittori preferiti: Philip Roth.
Dello scrittore, deceduto poco più di un anno fa, è uscita una raccolta di saggi sotto il titolo: Why Write? Collected Nonfiction 1960-2013, pubblicata in Italia da Giulio Einaudi (e, in edizione speciale, dal Corriere della Sera ) con il titolo “Perché scrivere? – Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013”-
La domanda che si pone Roth me la sono sempre posta anch’io; e forse se la pone chiunque scriva. La prima domanda è se si possa scrivere per liberarsi da un’ossessione, seria o semplicente fittizia.
L’esempio del testo dello scrittore statunitense offre un’interessante chiave di lettura di taluni costrittivi bisogni di scrivere che possono nascere da profonde e motivate spinte di natura psicologica: malformazioni fisiche, perdite dolorose di persone care, sensi di solitudine e di smarrimento, percezione di sentimenti di ostilità o di paura e via dicendo.
Molti autori, però, si creano, per così dire, ragioni artificiose di “discontento”.
Per esempio gli scrittori della scuola letteraria americana, come Roth, pur essendo tra i più lucidi interpreti della contemporaneità, sentono il bisogno di scrivere per scrollarsi di dosso l’etichetta di apparteneza alla cosiddetta “corrente” ebraico-newyorchese, citata come esempio mirabile di letteratura ma da essi stessi, invece, ritenuta una duplice dimensione di collocazione culturale fortemente limitatrice.
A parte il riferimento a New York del tutto arbitario per alcuni di loro, il richiamo all’ebraismo, come fonte di un tormento interiore, mi sembra del tutto incongruo.
Se riferito, infatti, alla radice etnica sembra volere dare una connotazione razziale sia pure in senso positivo di cui nessun individuo al mondo dovrebbe avvertire il bisogno: ognuno può dimostrare di essere quello che è in termini di qualità umane e di perspicacia intellettiva, indipendentemente dal luogo ove nasce o dai lombi da cui proviene.
Se rapportato al dato religioso è fortemente limitativo: se una persona riesce a liberarsi dai condizionamenti che i suoi cosiddetti educatori le hanno impresso nella mente, non c’è alcuna ragione di ricordare al colto e all’inclita le fantasie e i sogni religiosi, del tutto inverosimili, di una lontana infanzia.
Faccio il mio, personale esempio. Nella mia più assoluta inconsapevolezza e incolpevolezza, sin dai primi vagiti mi hanno definito “cristiano” e i consueti benpensanti ritengono che io, tuttora, lo sia, non avendo compiuto alcun atto di abiura, eresia o quant’altro. E’ una prova dei condizionamenti assurdi in cui un uomo è costretto a vivere anche in una società che si ritiene e si dichiara libera.
Chi non è né cristiano, nè giudeo, nè islamico, nè buddista, nè induista, nè animista nè qualsiasi altra cosa che presupponga un “credo” o un atto di “fede”, non sorretto dalla Ragione (di cui il Caso lo ha, pure, dotato): che cosa dovrebbe fare per scrollarsi di dosso “etichette” non richieste ma subite? Dovrebbe ritenersi costretto a combattere, come Don Chisciotte, contro tutti i mulini a vento che la fantasia religiosa della gente ha creato?
Certamente che no! Personalmente, non mi sento obbligato a sconfessare tutte le credenze religiose esistenti al mondo e tanto meno quella sola in cui sono stato coinvolto con un’iscrizione “nei registri” da me non richiesta.
Mi limito ad affermare i miei diritti di scettico, di uomo del dubbio, in un mondo di presunti (e spesso, solo ipocriti) detentori di verità religiose e/o politiche.
Anche se ciò possa apparire, ai Crociati delle molte Fedi e ai Cavalieri di cappa e spada delle tante Divinità, come un gesto di debolezza è l’unica via d’uscita per chi non intende abbandonare il binario della logica e della razionalità.
D’altronde, la sicurezza ostentata dai pretesi possessori di asseriti strumenti di conoscenza della realtà, pur se risulta fastidiosa e insopportabile, non deve trasformarsi né in un dolore per una presunta mancanza del cosiddetto “dono della fede” di cui avvertire il bisogno nè in una coazione a scrivere libri per giustificare la propria posizione.
Roth sostiene che la sua vocazione di romanziere ha avuto origine dal suo bisogno di rovistare in continuazione nella memoria alla ricerca di migliaia e migliaia di cose, di inezie locali, di oggetti apparentemente banali e insignificanti.
Se mi chiedo se io abbia una tale passione per la specificità, se avverta la necessità di trovare la descrizione verbale più vivida ed evocativa per ogni singola cosa e il bisogno di rappresentare le cose, animate o inanimate, con vigore ed efficacia sì da ritrarre l’umanità nelle sue caratteristiche più minute, la mia risposta non può che essere affermativa ma aggiungerò anche che essa non è esaustiva.
La descrizione di parchi, boschi, colline, spiaggie, scogli e distese marine, sia pure filtrate attraverso la sensibilità personale dello scrittore, non mi basta per rispondere al quesito: perché scrivere?
Non so essere un narratore puro, distante dal mondo delle idee che mi frullano nel cervello. In buona sostanza, non so essere un romanziere che rimuova dal suo bagaglio intellettuale la saggistica, la psicologia, la sociologia, la satira, le sue opinioni sulle cose che racconta.
La narrativa, per me, è il modo per esprimere, su tutto, la libertà di giudizio più piena e incondizionata.
Il romanzo libera lo scrittore dalla pedanteria degli accademici, conformisti e pignoli, dalla necessità delle citazioni che si ritengono “dotte”, delle note a piè di pagina, degli sfoggi inutili di erudizione, che attinge a piene mani elementi nel campo del fake storico e filosofico e si alimenta con i verba di uomini di pensiero che tali non erano, se non nel senso, di “cattivi” maestri.
Molti decantati e riveriti vati dell’Occidente hanno cantato, di certo in forme letterarie e metriche di dotta e raffinata elaborazione, le stesse, sostanziali giaculatorie degli sciamani religiosi provenienti dall’Oriente (più da quello vicino e medio che non da quello estremo) e/o di venditori di fumo sedicenti “filosofi” (con intenti salvifici come quelli fideistici estesi all’intera umanità e fortunatamente spazzati via nel ”secolo breve”, almeno nelle attuazioni pratiche più deleterie).
In altre parole, l’Occidente continua a nutrirsi mangiando cibi adulterati e bevendo acqua di sorgenti inquinate. E’ prevedibile, quindi, che la sua cosiddetta “cultura” non riuscirà mai a portarlo fuori dalle secche della favolistica religiosa mesopotamica e platonico-idealistica (nelle due derive hegeliane).

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