Si è aperta la più difficile crisi dell’intera storia repubblicana, dominata da un pericoloso clima di tutti contro tutti, che ne preannuncia un esito imprevedibile, ma sicuramente negativo. Il personaggio che sembrava più furbo e che, fino a pochi giorni fa, si accreditava come l’uomo più potente d’Italia, destinato ad essere il prossimo Capo del Governo, è risultato il più fesso e, se non sta molto attento, rischia di perdere anche il ruolo di leader della Lega. Ha commesso l’elementare errore di non seguire il consiglio di Giorgetti ed aprire la crisi il 26 maggio dopo il risultato delle elezioni europee, invocando il radicale cambiamento dei rapporti di forza con l’alleato e dicendo giustamente basta alle infinite provocazioni di Di Maio e dei pentastellati, che si erano protratte per un intero semestre. Invece ha deciso di rompere dopo il voto sulla TAV, perdendo l’occasione di attribuirsi il merito di un risultato politico importante, nonostante il diverso parere del partito di maggioranza relativa, suo alleato nel Governo. Si è preso quindi tutti gli eleganti insulti che gli ha assestato a Palazzo Madama il Presidente Conte, il quale ha dimostrato che, anche senza essere il leader di un grande partito, una rigorosa formazione culturale di adeguato livello, consente di uscire a testa alta anche da una situazione difficile. Infatti ha ricordato a Salvini che il rispetto istituzionale, che gli aveva già imposto di presentarsi in Parlamento per rispondere sulla delicata ed oscura vicenda dei rubli russi alla Lega, (registrando la inopportuna assenza in aula di Salvini) altrettanto lo aveva indotto a non sottrarsi di fronte alla mozione di sfiducia leghista, ancorché tardivamente ritirata, dopo due o tre giravolte del Ministro dell’interno, che, con grave ritardo, si era reso conto di aver sbagliato tempi e modi. Infatti il gioco dei Cinque Stelle non era più in mano al debole Di Maio, ma in quelle di Grillo, Casaleggio, Fico e di Giuseppe Conte, che ha recitato la sua parte, forse con cinismo, ma con impeccabile correttezza istituzionale e certamente in sintonia con il Quirinale. La soluzione della Crisi è molto difficile, perché, escludendo una riedizione della maggioranza ormai dissolta tra Lega e M5S, una coalizione giallo rossa appare improbabile, nonostante il furbo rientro in campo, tutto tattico, di Renzi e l’attivismo frenetico degli opportunisti di stampo democristiano alla Franceschini. Infatti Zingaretti sa bene che, se aderisse, si consegnerebbe nelle mani del giovane senatore fiorentino, che, se oggi ha interesse a salvare i suoi settanta parlamentari, avrebbe in mano il filo della trappola per far fare al Segretario del PD in qualunque momento la fine del coniglio, relegandolo al semplice ruolo di fratello di Montalbano. Astutamente Prodi ha proposto la soluzione di un governo istituzionale per rimettersi in gioco in vista della elezione del prossimo Presidente della Repubblica, ma le sue chances effettive son vicine allo zero. Berlusconi guarda sornione e sa che l’errore di Salvini lo ha rimesso in gioco. pertanto rifiuta soluzioni pasticciate e tende a rilanciare un centro destra nel quale possa essere coprotagonista nella prossima legislatura. Il freddo Mattarella darà poco tempo ai fantasiosi tessitori di trame per arrivare ad ad un Governo con una maggioranza solida durante questa legislatura. Il suo obiettivo è quello di arrivare ad un Esecutivo tecnico senza maggioranza parlamentare per gestire una finanziaria leggera e le elezioni anticipate. In prospettiva intende spianare la strada, nella prossima, al suo vero candidato, che è Mario Draghi, l’unico uomo con adeguata esperienza, prestigio internazionale e respiro da statista per riprendere in mano le sorti del Paese, gravemente messe in pericolo da una maggioranza ed un Governo di dilettanti allo sbaraglio, che hanno consentito persino al debole Conti di fare la sua figura e prenotarsi un posto da Commissario europeo.

Al solito i liberali stanno a guardare a causa della loro debolezza, che consiste nel non avere rappresentanza parlamentare, ma hanno dimostrato coraggiosa lungimiranza prendendo per tempo le distanze dal temerario capo della Lega e potrebbero, con un po’ di fortuna e molta buona volontà, uscire dalla riunione degli Stati generali convocati per il venti settembre, con un partito rinvigorito, che potrebbe aspirare a partecipare autonomamente alle prossime elezioni.

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