Non è agevole interpretare e rendere chiara la realtà politica Occidentale in un momento in cui essa è contrassegnata da uno scontro titanico tra due correnti di pensiero e forze politiche, profondamente, antitetiche e, sostanzialmente, inconciliabili (in sintesi vale il motto: mors tua vita mea).
In Occidente, infatti, a leggere bene in filigrana, nel tentativo di orientare i lettori attenti alle cose politiche:
a) Da un lato, v’è chi intende riportare la parte di Pianeta in cui viviamo ai livelli di grandezza, sul piano produttivo industriale, di qualche decennio fa, rivedendo vecchie regole d’antan del liberalismo economico, ritenute non più compatibili con l’ attuale realtà economica e politica mondiale; in particolare si vuole: mettere in discussione la regola della libertà di scambio di merci quando il costo del lavoro è divenuto fortemente differenziato; Impedire la trasmigrazione libera e incontrollata di persone di culture e consuetudini di vita profondamente diverse; fermare un’imposizione fiscale sempre più spinta per assicurare un welfare a più ampio raggio e praticamente insostenibile; procedere a investimenti massicci pubblici e stimolare quelli privati (con appiattimento e riduzione al minimo delle tasse);
b) Dall’altro, v’è chi, avendo i forzieri pieni di denaro, ritiene che l’Alta Finanza e il mondo delle Banche possano aiutare a sopravvivere la claudicante industria occidentale, caduta in crisi a causa della concorrenza di Paesi a più basso livello di vita e di costo del lavoro, concedendo con (lucrosi) interessi mutui e prestiti, favorendo l’equilibrio ecologico con la delocalizzazione in altra parte del Pianeta di esercizi produttivi, ritenuti dall’opinione pubblica (a torto o a ragione) particolarmente inquinanti e non solo di essi.
Come sempre avviene quando si scontrano dei veri giganti dell’economia mondiale, con il sostegno e l’aiuto di leader politici di particolare tempra e vigore, la lotta è senza quartiere: nessuno dei due combattenti bada a mezzi per acquisire consensi e sostegni diversi alla propria azione, a tutti i livelli.
Naturalmente, i Paesi a più alto tasso di corruzione e di assenza di pensiero libero sono più esposti di altri a subire pressioni e suggestioni nella direzione auspicata da una parte o dall’altra.
Anche in essi, però, la democrazia può funzionare da argine alla confusione delle menti, prese di mira dalle contrapposte “propagande”.
Le elezioni, quando sopravvengono alle debite scadenze e non sono impedite da manovre subdole, possono dare, alla fine, voce ai cittadini e anche gli uomini politici che abbiano ceduto a lusinghe, intellettuali o materiali (talune addirittura favorite da un’opera sotterranea di corruzione) devono fare i conti con i propri elettori che possono sempre, da un momento all’altro, togliersi il prosciutto dagli occhi o liberarsi dai paraocchi ideologici che, fino a quel momento, con molta ingenuità, avevano indossato.
L’opera dei due giganti, spesso corruttori per necessità di sopravvivenza, non è d’altro canto facile.
La democrazia pone loro, infatti, anche altri ostacoli.
Per la contraddizion che nol consente, i partiti politici non possono vendersi né acquistarsi, per così dire, “in blocco”: né, com’è fin troppo ovvio, a livello di massa, né di vertice. Nessun corruttore può indurre un leader e meno che mai tutti i suoi seguaci a “sposare” una linea d’azione fino al punto di precipitare insieme in una catastrofe elettorale.
La sopravvivenza personale e del partito fa premio su ogni altra istanza.
E’ un fuor d’opera chiedersi se le ideologie politiche che hanno funestato l’Occidente nel secolo breve, così come la mentalità religiosa dominante in Europa continentale nella sua doppia connotazone giudaica e cristiana, abbiano avuto un peso relativamente all’attuale configurazione dei due schieramenti contrapposti, che hanno le loro sedi operative di vertice (Wall Street e City: White House e Downing Street) , entrambi, nei due Paesi Anglosassoni. La risposta non sarebbe agevole e forse neppure univoca.
Solo sul piano meramente storico e latamente statistico può dirsi che il sistema bancario di rilievo mondiale abbia puntato a convincere alla sua causa i partiti universalistici della sinistra, seducendoli con opere e azioni volte a diffondere le consuete idee della fratellanza tra i popoli, dell’ugualitarismo economico-sociale, della solidarietà umana, dei diritti inalienabili e così via (idee, peraltro, totalmente lontane da quelle da esso, sistema, praticate).
E’ più verosimile, invece, che i massimi calibri della Finanza abbiano trovato il gioco facilitato dal fatto che i partiti latamente “gauchiste” erano rimasti senza una programmazione politica nuova, veramente convincente e appagante, dopo il disastroso naufragio dei principi d’uguaglianza universale.
Il crollo dell’impero sovietico, la “conversione” al capitalismo della Cina, l’arricchimento dei membri dell Nomenklatura bolscevica (di cui ogni Europeo ha potuto, in questi anni, vedere gli effetti) hanno inferto un colpo mortale al “buonismo” comunista; così come gli abusi pedofili e quelli bancari (molto più gravi) dello IOR hanno nuociuto alla Chiesa cattolica (se non anche al cristianesimo protestante, peraltro, anch’esso non indenne da scandali e soprusi).
Comunque la considerazione secondo cui in Italia, un tale appeal abbia funzionato (e che, quindi, l’Alta Finanza abbia acquisito la disponibilità sia del Partito Democratico sia del Movimento Cinque Stelle a servire la causa del capitalismo monetario) non è sufficiente di per sé a spiegare l’attuale confusione imperante nelle trattative per la costituzione di un governo giallo-rosso, chiaramente ben visto a Wall Street e alla City.
L’ “acquisto”, se vì è stato (come sembra verosimile) non è avvenuto certamente “in blocco”. Come altrove, del resto.
Nell’ambito del Partito Democratico la posizione di Renzi (già prediletto dalla “sorte” in passato ma finito piuttosto male) e dei suoi seguaci più fedeli (Del Rio, Orlando) è ben diversa da quella di Zingaretti e altri democratici.
Nel Movimento Cinque Stelle la discesa in campo di un Grillo (che s’era messo da parte), la sconfessione sostanziale di Di Maio e la “santificazione” di Giuseppe Conte, gran tessitore di trame con l’Unione Europea sono eventi che la dicono lunga sugli orientamenti (radicamente mutati) del “Vaffa” nazionale.
La partita è aperta e ogni previsione sulla prevalenza di un umore rispetto all’altro è azzardata. Dal punto di vista della recita che avviene al cospetto mondiale, i profondi dissensi interni, non solo ai vertici ma anche alla base, delle due forze politiche non promettono nulla di apprezzabile.
Gli Italiani possono avere una sola certezza: non vi sarà, nel Bel Paese, nessun Don Rodrigo manzoniano che dirà: “Questo matrimonio non s’ha da fare”!

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