Il Giappone, situato in un arcipelago separato dal continente asiatico, coltivò a lungo le sue tradizioni e la sua peculiare cultura nell’isolamento. Dotato di una quasi assoluta omogeneità etnica e linguistica e di un’ideologia ufficiale che sottolineava la discendenza divina del suo popolo, il Giappone trasformò la convinzione della propria identità unica in una sorta di impegno quasi religioso. Questo senso di diversità gli conferì grande flessibilità nell’adattare le sue politiche alla sua concezione della necessità strategica nazionale. Nell’arco di poco più di un secolo, a cominciare dal 1868, il Giappone passò dall’isolamento totale ad un’estesa imitazione degli Stati più moderni dell’Occidente.

Il Giappone visse per secoli al margine del mondo cinese, mutuando molti aspetti della religione e della cultura di tale mondo. Ma a differenza della maggior parte delle società interne alla sfera culturale cinese, mutò le forme prese a prestito in strutture giapponesi e non le confuse mai con una subordinazione gerarchica alla Cina. Al vertice della società giapponese e della sua concezione di ordine mondiale c’era l’Imperatore, una figura definita, analogamente a quella dell’omologo cinese, dall’appellativo ‘Figlio del Cielo’, che ne faceva un intermediario tra l’umano e il divino.

Dopo l’ascesa al potere, nel 1868, di una nuova fazione che prometteva di onorare l’Imperatore e espellere i barbari, acquisendo però i concetti e le tecnologie dei popoli stranieri ed entrando a far parte dell’ordine mondiale vestfaliano come membro alla pari delle altre nazioni. L’incoronazione del nuovo Imperatore Meiji fu accompagnata dal Giuramento della Carta, sottoscritto anche dalla nobiltà, che proponeva un vasto programma di riforme comprendente provvedimenti atti ad incoraggiare la partecipazione di tutte le classi sociali. Nell’arco di qualche decennio, i risultati di questo drastico mutamento di rotta avrebbero proiettato il Giappone nelle file delle potenze globali. Il punto di svolta fu la guerra contro l’Impero russo, dove il Giappone sbalordì il mondo intero facendo segnare la prima sconfitta per una potenza occidentale da parte di una potenza asiatica. Fu così che il Giappone venne accettato come pari sul piano militare, economico e diplomatico dai Paesi che fino ad allora avevano plasmato l’ordine internazionale. Ma c’era un’importante differenza: dal punto di vista giapponese, le alleanze con gli Stati occidentali non erano basate su obiettivi strategici comuni, ma bensì avevano lo scopo di espellere gli alleati europei dall’Asia.

Dopo lo sfinimento dell’Europa nella prima guerra mondiale, i leader giapponesi giunsero alla conclusione che un mondo alle prese con il conflitto, con la crisi finanziaria e con l’isolazionismo americano favoriva un’espansione imperiale diretta ad imporsi come potenza egemone dell’Asia. Così, dopo aver acquisito la Manciuria dalla Cina nel 1931, il Giappone le dichiarò guerra, nel nome di un nuovo ordine asiatico cercando di organizzare una propria sfera d’influenza antivestfaliana. Su cammino di questo progetto rimaneva un solo ostacolo, un solo Paese occidentale: gli Stati Uniti. Nel 1941, fu lanciato dai giapponesi un attacco a sorpresa su Pearl Harbor. La mobilitazione statunitense sul Pacifico culminò nell’uso delle armi nucleari su Hiroshima e Nagasaki (unico caso di utilizzo militare di tali armi), determinando la resa incondizionata del Giappone.

L’atteggiamento post-bellico giapponese è stato spesso definito come un nuovo pacifismo; in realtà si trattava di qualcosa di assai più complesso. Soprattutto rifletteva un’acquiescenza al predominio americano e una valutazione sia del panorama strategico sia degli imperativi della sopravvivenza e del successo a lungo termine del Paese. La classe dirigente del Giappone accettò la Costituzione delineata dalle autorità di occupazione americane – con il suo rigoroso divieto di azione militare – come necessità dettata dalle circostanze immediate. Riconobbe il suo orientamento liberal-democratico come proprio; affermò i principi di democrazia e di cooperazione internazionale simili a quelli accolti dalle capitali occidentali degli Stati usciti sconfitti nella seconda guerra mondiale.

 

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