Gli Stati Generali dei liberali sono stati indiscutibilmente un’iniziativa di successo, non soltanto per la ventina di associazioni, di cui ancora non è nota la consistenza, che hanno aderito all’iniziativa del PLI e neppure per il numero, certo interessante, delle presenze all’evento, ma per alcuni spunti che non possono essere trascurati.
Il mondo liberale ha preso atto che lo schema, oltre che perverso, perdente dell’inseguimento soltanto di alleanze , prive di reale contenuto politico come centrodestra e centrosinistra, è stato definitivamente archiviato. Questo cambia radicalmente l’approccio alla politica in Italia, che non sarà più la ricerca della coalizione vincente, quale che sia, ma il recupero di identità capaci di produrre idee, progetti, risultati concreti e, perché no, anche speranze per il futuro. Torna in primo piano il recupero delle identità, rispetto allo spasmodico inseguimento della vittoria di una coalizione o, più ancora, della capacità di sconfiggere quella contrapposta. In fondo è stato un fatto positivo che un Parlamento casuale, per assicurarsi la sopravvivenza, abbia deciso di scompaginare le alleanze pre elettorali e che, oggi, si avvii a disarticolare anche i partiti, che le componevano. La nuova condizione, come è emerso nell’incontro del venti settembre, restituisce ai liberali il proprio spazio, se non (o non ancora) numerico, quello più importante di carattere culturale, come in fondo è stato sempre nella intera storia repubblicana fino al 1994. Il PLI, che una sola volta raggiunse il 7% in una condizione particolare, ma che normalmente oscillava tra il 2% ed il 3%, ha sempre contato molto di più di quanto non valesse la propria modesta consistenza elettorale è connessa rappresentanza parlamentare. I partiti di massa, in specie la DC, erano spesso contenitori dalle linee politicamente incerte ed a volte contraddittorie, quelli di opinione, pur minoranze, conferivano l’indirizzo, l’inclinazione, l’anima delle maggioranze parlamentari. Basterebbe ricordare come, durante la lunga fase del centro sinistra, il PRI fu partito cuscinetto, collante e spesso ispiratore della coalizione, come, durante la stagione del pentapartito, il PLI avesse assunto il carattere di elemento riequilibratore in senso moderato, dopo i tanti errori e le tantissime scelte demagogiche esiziali per la finanza pubblica della formula precedente e della disastrosa esperienza della solidarietà nazionale col PCI nella maggioranza.
Oggi, di fronte ad una destra aggressiva, spesso irrazionalmente condizionata dal capriccio di un leader, magari sprovveduto, e ad una sinistra smarrita, che nella costante, disperata ricerca di se stessa, finisce col trovare soltanto contraddizioni e continue scissioni, lo spazio per i partiti identitari, forti della propria intransigenza sui valori e sulle scelte strategiche, si è riaperto. Gli Stati Generali dei liberali, hanno colto questo aspetto, uscendo dal vicolo cieco dell’inseguimento di alleanze o protettorati da parte dei partiti maggiori per la sopravvivenza, attraverso la mancia di qualche seggio in Parlamento, concessa in cambio della cieca fedeltà. È emersa la consapevolezza che, in un Paese scoraggiato, ripiegato su se stesso, deluso dalla classe dirigente alla giornata che si è scelto, sovente emersa dal non voto o da un voto dato esclusivamente contro, almeno una significativa minoranza, è alla ricerca di riscoprire identità forti in grado di capire, prima ancora che risolvere, i problemi di un’Italia, spezzata ben due volte. In modo verticale tra Nord e Sud, il primo proteso ad inseguire il livello di progresso dell’Europa, il secondo ad assicurarsi la sopravvivenza. Ma spaccata, forse in modo ancora più grave, in senso orizzontale, tra generazioni, quella più matura costretta a lottare per la sopravvivenza e quella della nuove generazioni, che vivono nel timore di soccombere di fronte all’assenza di prospettive che possano loro far intravedere un dignitoso futuro nel proprio Paese.
I liberali sanno da tempo che non vi sono più spazi per le politiche delle elargizioni, delle mance, degli sconti pensionistici e fiscali, fino ad oggi oggetto della propaganda di forze politiche improvvisate, che sapevano di non essere in grado di poter corrispondere a tali aspettative, frutto di ignoranza ed improvvisazione. È finalmente venuto il tempo in cui finalmente prevalgano le visioni progettuali necessarie per rivoluzionare radicalmente la qualità e quantità della spesa pubblica, oggi costituita prevalentemente da sprechi, elargizioni assistenziali, privilegi per settori ben identificati al fine di un ritorno elettorale, sotto la regia occhiuta di un’avida, quanto inutile burocrazia, spesso corrotta.
Bisogna subito mettere attorno ad un tavolo i soggetti che hanno aderito agli Stati Generali e stilare un calendario di priorità ed un manifesto politico sul quale cercare le ulteriori adesioni. Il Congresso Nazionale del PLI dovrebbe essere la cassa di risonanza politica di questo processo e rappresentarne il primo momento di attuazione concreta, immettendo nuove energie nelle esangui strutture del Partito, ma soprattutto idee forti nel suo dibattito interno, che dimostrino concretamente la volontà dei liberali di uscire dal recinto penalizzante degli schieramenti, per entrare decisamente nel mare aperto di un progetto ambizioso di rilancio dell’Italia, che torni ad essere di nuovo protagonista nel processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Solo chi ha grandi ambizioni, rifuggendo dai velleitarismi, può aspirare ad importanti traguardi!

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