Una politica troppo semplificata fa male, così come finisce per propugnare tanti momenti di crisi nella società civile.  Poi ci si chiede perché gli atti di violenza si moltiplicano dentro la società, diffondendo nervosismi e insicurezze. Una serie di tensioni che di certo la totale assenza di una pratica attiva capace di gestire i flussi migratori che salgono dall’Africa non fa che incentivare. Eppure la comunità politica nazionale, da sempre, si è di fatto tripartita in quanto a opzioni di scelta: tra una parte chiamiamola così “moderata” (di centrodestra), una parte “progressista” (di centrosinistra) e una parte “comunque protestataria” (oggi M5S). Con una percentuale (che andava dal 30 al 40% della popolazione) che rimaneva indecisa sino all’ultimo momento per chi opzionare.  Era proprio quest’ultima parte che decideva l’esito finale delle elezioni. Ebbene, proprio questa porzione (che nella I^Repubblica veniva sempre orientata), da quando è diminuita la rensione proporzionale, tende sempre di più ad estraniarsi del tutto.  È in larga misura composta oggi, questa porzione di elettorato, da un ceto medio ben acculturato, che nella vita civile agisce e produce ricchezza. Una porzione, insomma, non qualunquista. Era proprio ad essa che si rivolgevano, nello sprint finale, quei molti partiti che pur si contrapponevano (con toni meno volgari di quelli odierni) e che quasi sempre riuscivano a convicere. Infatti le percentuali dei votanti di rado scendevano sotto il 90%. Ecco, oggi manca del tutto quel “colpo di reni” finale che  -sul filo di lana- orientava l’elettore a opzionare, tra una vasta gamma di scelte da fare per un sottile gradalo di orientamento. Ecco perché il riassumere, l’irregimentare tutte queste sensibilità dentro una logica unica di coalizione non pare affatto salutare per la nostra vita politica e pure per quella civile.

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