L’ISTAT ci ha appena certificato che la temporanea (ancorché persistente) “malattia” delle famiglie italiane, pure in presenza -nel primo trimestre del 2019- di una finalmente non negativa fase di contingenza economica, é stata quella di “stentare” a far ripartire i consumi. Difatti, sebbene il tasso di crescita si sia attestato sul +0,9%, la tendenza a risparmiare (+0,8%) ha finito per comportare un modesto +0,1% di crescita nelle spese.   Perché ciò accade? La nostra tendenza atavica al risparmio si è sempre collocata sul versante opposto a quello delle famiglie americane (che comperano tanto a debito) e si traduce di fatto -anche psicologicamente- in un senso di insicurezza sul futuro, ripercuotendosi su importanti aspetti e cifre economiche. Del resto, una volta toccati con mano i fallimenti nelle politiche economiche gialloverdi  (reddito di cittadinanza e “quota 100” ), pare ora che la timida presenza di un qualche segno di vita da parte del governo “Conte2”, troppo preoccupato di turare le falle aperte con l’Europa, non si stia ancora traducendo in una decisa inversione di marcia sui consumi. Così le famiglie (e in misura minore le imprese) si trovano a brancolare come bradipi. Però non è affatto un bradipo la nostra pressione fiscale, che è cresciuta nel periodo dello 0,3%: arrivando a toccare il livello-monstre del 40,5%. In questa fanghiglia di pessimismo, però, due dati arrivano a consolarci. Il primo ci viene dalle imprese, che pare stiano facendo ripartire gli investimenti: piú che altro convertendo in essi una media parte delle quote di profitto che pure vi sono state, in quanto si annuserebbe un profumo di crescita, nonostante l’Europa si trovi nel bel mezzo di uno tsunami di spessore economico e commerciale che Trump sta aizzando soprattutto contro la Cina e la Russia.

Il secondo elemento di ottimismo potrebbe derivare dal fatto che le famiglie italiane hanno pur sempre l’arma segreta: il possesso di importanti parti del proprio mercato immobiliare. Bankitalia ha recentemente pubblicato un lavoro che vede proprio l’Italia (con un valore di 9 ) prevalere, di gran lunga, su Germania (6) e gli USA (4,8), come coefficiente di moltiplicazione del proprio reddito tesaurizzato in valori immobiliari.

Il che vuol dire una ricchezza nascosta, ma pur sempre spendibile (attraverso operazioni bancarie di concessioni di credito) in quote di denaro contante. Basta guardare meglio sotto il nostro materasso per scoprire che siamo ancora vivi e siamo proprio duri a morire.

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