L’Unione europea si accinge ad iniziare la discussione che porterà ad approvare il quadro finanziario pluriennale 2014-2020, probabilmente non prima della fine del 2012. L’Europa sarà pronta nel mezzo della “crisi economica a sostenere gli obiettivi ambiziosi della strategia Europa 2020 o resterà impantanata nelle pretese degli stati membri, preoccupati solo del ritorno dei propri contributi?” ci si domanda sul sito del Parlamento europeo.

La commissione parlamentare sulla sfide politiche (SURE), creata appositamente per preparare la posizione del Parlamento europeo sul bilancio 2014-2020, cercherà di presentare tale posizione prima della proposta della Commissione, in vista della futura “battaglia finale” con il Consiglio. Il procedimento di approvazione del quadro finanziario pluriennale (QFP), che ha la finalità di mettere un tetto di spesa alle varie politiche europee nel lungo periodo (7 anni), è infatti abbastanza complesso: il progetto deve essere approvato in modo unanime dal Consiglio dopo il parere positivo di Parlamento e Commissione.

Una delle vere sfide a cui il quadro finanziario pluriennale va incontro è quella di riflettere in maniera chiara gli onerosi obiettivi di Europa 2020. A riguardo vi sono visioni differenti, infatti se alcuni Stati membri hanno proposto il congelamento dei bilancio post 2013 provocando reazioni negative, il Parlamento europeo tramite la commissione SURE esprime un parere opposto. “Il quadro finanziario pluriennale deve riflettere la strategia UE 2020. Quando chiediamo degli aumenti, non è perché ci inventiamo delle cose, ma perché desideriamo solamente un bilancio realistico e realizzabile” ha spiegato l’eurodeputata tedesca Jutta Haug, presidente della commissione speciale del Parlamento SURE.

La commissione parlamentare, infatti, sostiene che sia necessario un aumento in generale di almeno il 5% per il prossimo bilancio a lungo termine e ha richiesto di innalzare la spesa per ricerca e innovazione dal 1,9% del PIL europeo al 3% e di incrementare gli investimenti per le infrastrutture energetiche, politica estera e allargamento dell’Unione.

Altro nodo cruciale è quello del metodo contributivo. Oggi il sistema di contribuzione è basato per il 75% sui contributi degli Stati membri, e così era anche all’inizio dell’esperienza europea negli anni ’50. In seguito il sistema è stato modificato fino a cambiare totalmente nel 1970, quando si è approvato un metodo contributivo secondo il quale l’Unione europea doveva provvedere con risorse proprie ai capitoli di spesa del bilancio. Questo metodo oggi non esiste più poiché le precedenti fonti di reddito (contribuzioni su base IVA, dazi doganali e prelievi agricoli) hanno perso quasi completamente importanza. Dunque, come detto il budget europeo è tornato oggi ad essere dipendente dai contributi degli Stati membri con il risultato di aumentare le tensioni tra i contribuenti e i riceventi in sede di Consiglio.

Il Parlamento vuole ritornare ad un sistema di risorse proprie, il quale avrebbe il vantaggio di focalizzare l’attenzione, nelle discussioni sul bilancio, sulle priorità europee piuttosto che sugli equilibri degli Stati; si parlerebbe di denaro, di cittadini e di imprese in primo luogo europee. L’eurodeputata Haug si chiede dunque come mai il Consiglio sia così riluttante ad accettare una simile posizione e auspica che l’approccio parlamentare convinca agli altri a modificare il sistema di reddito. Non è un’impresa impossibile; il Parlamento oggi si trova in una posizione di colegislatore, il che lo rende molto più influente rispetto all’approvazione dello scorso quadro finanziario pluriennale, dove la sua era soltanto un’influenza marginale. Il Consiglio dunque nel prendere la prossima decisione sarà obbligato a ottenere l’approvazione del Parlamento, sperando che ciò attenui i contrasti e le lotte da “notte dei lunghi coltelli” che si verificano puntualmente in sede di approvazione del bilancio europeo.

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