Per chi, come me, è cresciuto coltivando la religione del dubbio, sospettando di coloro che sono sempre pieni di certezze, è a dir poco stupefacente la recente sentenza della Corte di Cassazione, che, contraddicendo quella d’appello, ha escluso che il tipo di associazione per delinquere romana, denominata da un grande Procuratore come Pignatone “mafia capitale”, fosse da definire di stampo mafioso, ma associazione per delinquere semplice, con conseguenti notevoli differenze sull’entità delle pene. Volendo escludere, come pure da alcuni sarebbe stato sussurrato, che all’orientamento più favorevole del Supremo collegio abbia potuto influire il coinvolgimento del capo assoluto delle cooperative rosse romane, attendo con curiosità di leggere le relative motivazioni, senza entrare nel merito della specifica vicenda, di cui ho solo informazioni giornalistiche. Sin d’ora credo di dover tuttavia dissentire, quale che ne sia il supporto tecnico giuridico certamente pregevole, mentre concordo sulla diversa costruzione della sentenza della Corte d’Appello. Certamente qualcuno avrà, e molto, da obiettare in ordine a questa mia presa di posizione radicalmente controcorrente, me ne farò una ragione. Preciso subito che, dal mio punto di vista, se è vero che il giudicato della Cassazione, ha la forza della definitività nell’ambito del procedimento, sul piano della valutazione esclusivamente soggettiva, come nel mio caso, nessuno può negare che il giudicato della Corte d’Appello esista e che, sul piano strettamente intellettuale e non delle conseguenze giuridiche, si possa concordare maggiormente con quello, salvo sempre il necessario, anzi doveroso, ma denso di pessimismo, approfondimento, quando la Suprema Corte avrà depositato le motivazioni.
Il mio ragionamento, al di là del caso concreto, impone una precisazione di carattere sistemico, che reputo necessaria e viene da lontano. La costruzione, ricorrendo determinate circostanze, della speciale e diversa fattispecie di reato di associazione di stampo mafioso, prevista dall’art. 416/bis del codice penale, (inizialmente e per lungo tempo di carattere emergenziale, ma dopo resa stabile) costituisce, a modesto avviso di chi scrive, un errore concettuale. Infatti non si tratta di un reato diverso dalla cosiddetta associazione semplice, ma si prende atto di un aggravante, costituita da determinate condizioni ambientali e dalla particolare gravità e diffusione di comportamenti nell’ambito del rapporto associativo. Sarebbe stato più lineare prevedere quella di stampo mafioso, quindi, come una aggravante del reato di associazione per delinquere e non come fattispecie autonoma. Nella sostanza nulla sarebbe cambiato, ma si sarebbe evitata la grave distorsione di aver di fatto consentito una sorta di lettura antropologica del fenomeno, anziché, come sarebbe stato più corretto, soltanto di ordine criminale, legata a determinate concrete caratteristiche organizzative. La vicenda del processo di mafia capitale ne è la dimostrazione plateale. In che cosa si differenzierebbe quella romana, secondo la Cassazione, rispetto all’ordito giuridico della Procura, che aveva a lungo e approfonditamente indagato ed alla Corte di Appello, che ne aveva confermato l’assunto, se non nel pregiudizio di carattere ambientale, che colpisce per definizione soltanto quattro regioni italiane del Mezzogiorno, (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) mentre, per Roma, quel particolare humus non sarebbe rigorosamente riscontrato. Non mi soffermo sulla assenza della fattispecie nelle regioni del Nord Italia, perché persino un irriducibile, orgoglioso siciliano come me, si rende conto che nel salotto buono della finanza nazionale certe caratteristiche non possono essere neppure immaginabili.
Vivo tra Palermo e Roma da oltre quarant’anni e so per certo che, grazie ad una importante e meritevole presenza repressiva dello Stato, l’organizzazione mafiosa in Sicilia, e particolarmente nel capoluogo di Regione, dove il mio osservatorio è certamente più ravvicinato, la mafia è stata disarticolata e potrei affermare persino distrutta, al netto di modeste sacche di ordinaria delinquenza, che esistono dappertutto, ma che certamente a Palermo oggi suscitano un modesto allarme sociale, grazie ad un controllo continuo, ammirevole ed attento delle forze di polizia. Non posso invece sottacere di alcune distorsioni connesse all’azione persistente e spesso soffocante dei cosiddetti professionisti dell’antimafia, dentro e fuori dal Palazzo di Giustizia, responsabili di aver creato il clima di sfiducia, che ha indotto a fuggire chi avrebbe potuto investire, principalmente non siciliani, influenzati da una martellante campagna di disinformazione. Inoltre, alcuni casi di aberrazione giudiziaria hanno portato a troppo superficiali provvedimenti di sequestro e confisca di patrimoni ed alla nomina di commissari incapaci, talvolta collusi con qualche magistrato spregiudicato, (come ha evidenziato il caso Saguto) che hanno soltanto distrutto interi patrimoni aziendali e lasciato che si perdessero numerosi posti di lavoro, determinando un ingiusto calvario a carico di soggetti, poi risultati del tutto estranei a qualsiasi coinvolgimento con ambienti mafiosi e lasciati sul lastrico, dopo averne azzerato il patrimonio aziendale e, sovente, anche quello personale. Allo stesso tempo alcune associazioni, con il solo merito di una declamata militanza antimafia, hanno avuto gratuitamente assegnati beni, che avrebbero potuto essere invece venduti con importanti introiti per lo Stato o destinati ad attività più utili per la collettività.
Non posso dire di aver visto altrettanto a Roma, che mi sembra una città dove l’illegalità dilaga a tutti i livelli e permea l’economia intera della capitale. Certamente la Raggi, come sindaco, è inadeguata. Non esito a definirla il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto ed il peggiore dell’Italia di oggi, ma mi sembra doveroso ammettere che una illegalità così capillarmente diffusa, che va emergendo ogni giorno dovunque, risulta difficile da combattere. Per onestà intellettuale non si può inoltre non tenere conto che dei sessantamila dipendenti del Comune, la stragrande maggioranza vive certamente al di sopra delle proprie possibilità economiche, quindi grazie a pratiche illecite molto diffuse. Il Sindaco ha la colpa di non aver saputo o forse voluto stroncare tale diffuso malcostume, essendosi trovato di fronte a molteplici, infiniti interessi speculativi o, a volte, criminali consolidati, senza riuscire a trovare il coraggio di affrontare il problema frontalmente.
La recente sentenza della Cassazione, che, per quanto sarà pregevolmente motivata, non mi convince (vivaddio si potrà fare una simile affermazione in un Paese, che ancora si definisce democratico) e certo non aiuta il Primo cittadino nel suo lavoro, ma soprattutto non rende un buon servizio alla più bella città del mondo per aiutarla a riscattarsi dalla crescente convinzione che sia ingovernabile e dominata dal malaffare. Di fronte ad un simile contesto, disquisire se nel caso del processo cosiddetto “Mafia capitale” si sia trattato di associazione per delinquere semplice o di stampo mafioso diventa secondario, se non persino patetico.

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