Contante sì, contante no. Sembra essere questo il concetto predominante del dibattito in corso. Politici, economisti, consumatori sono (siamo) alle prese con una questione che divide se affrontata attraverso una visione ideologica della società. Secondo una certa scuola di pensiero la riduzione della moneta circolante sarebbe utile strumento per combattere l’evasione fiscale dimenticando, o facendo finta di non sapere, che la grande evasione è quella che viene realizzata trasferendo all’estero ingenti somme di denaro attraverso complesse e sofisticate operazioni finanziarie e contabili. Da qui la creazione di società nei cosiddetti “paradisi fiscali” deputati ad ospitare cospicue quanitità di soldi non sempre di provenienza lecita. E’ la criminalità, sebbene in pochi lo dicano e lo scrivano, la vera holding che maneggia il contante: spaccio di droga e gestione della prostituzione ne rappresentano gli esempi più lampanti. La gran parte del sommerso si annida lì. Difficile che i cartelli dei narcos accettino bonifici o che i pusher vendano cocaina utilizzando il pos. Ma tant’è!

Strano che studiosi ed esperti della materia non evidenzino questo aspetto puntando, invece, il dito accusatore nei confronti di piccoli artigiani, commercianti e professionisti di provincia che, tartassati da un fisco opprimente, tendono a praticare il nero fisiologico necessario al mantenimento in vita della propria attività e delle proprie famiglie. Chi ignora ciò è lontano mille miglia dal paese reale perchè infarcito di un nozionismo scolastico privo di concretezza sostanziale. Pensare di aggredire consumatori e risparmiatori imponendo dall’alto prassi e consuetudini altrove radicate è una pura illusione, condita da una buona dose di demagogia. Il tetto al contante, ovvero il limite imposto per legge nel poter pagare utilizzando liberamente il denaro cartaceo, può anche essere letta come la volontà di porre barriere alla libertà individuale attraverso una costante verifica sulle pratiche quotidiane di ognuno. La tracciabilità dei pagamenti frutto dell’utilizzo di carte e bancomat favorisce sia un controllo sulla spesa individuale, che notevoli introiti a favore delle banche che applicano costi e commissioni: il rilascio delle carte ha un costo e al contempo le commissioni erodono il pagamento effettuato causando un disallineamento tra valore reale del bene comprato e il suo valore nominale. Insomma, è forte il sospetto che dietro questa battaglia al contante si nasconda l’interesse delle solite lobby che pur nella massima immobilità continuerebbero a lucrare senza rischi e senza impegni. Aspetti banali ma a quanto sembra maliziosamente ignorati da chi siede nelle stanze dei palazzi che contano.

Il timore, poi, è che attraverso la digitalizzazione delle transazioni incomba sempre più minacciosa l’ombra del cosiddetto Grande Fratello fiscale con l’effetto di impaurire i cittadini causando una compressione dei consumi: nessuno è contento di far sapere per forza dove si reca, cosa compra e quanto spende. A pesare in questa commedia all’italiana è la carenza del buon senso unico baluardo rimasto a fronteggiare i populismi giustizialisti e manettari che emanano un odore stantio di rancido e muffa. Il vessillo ideologico della guerra al cash va in una direzione dirigista dell’economia che poco ha a che fare con la libertà di scelta degli individui e con una visione liberale dello Stato e della società.

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