Sabato scorso abbiamo assistito alla ennesima sceneggiata titolata “no tax day”. Con essa Forza Italia ha dato una suggestiva grancassa mediatica a una piccola bugia.

Sì : perché quel titolo avrebbe dovuto, più correttamente, essere definito “Reduction tax”, posto che, in buona sostanza, quella manifestazione nulla più di questo ha significato, proponendo solo una semplice cura dimagrante per le aliquote di famiglie e imprese. Tasse eque, invece, dovrebbero rappresentare solo il giusto nutrimento per la copertura di spese per essenziali elementi di vita comunitaria nazionale e locale: posto che, ad esempio, solo alcuni servizi sanitari e sociali (che per il cittadino -in parte-  sono già gratuiti o limitati nei prezzi) nella realtà hanno dalla solidarietà della intera comunità la diluizione del giusto prezzo che -per essi- è pure pagato.   Quindi la buona tassazione (che dovrebbe essere partecipata da tutti in proporzione al livello di ricchezza da ciascuno prodotta e detenuta) è perfettamente motivata per ogni credo politico, quello liberale incluso. Ciò che, invece indigna il PLI è l’assistere a due fenomeni tuttora persistenti: l’egoismo proprio dell’evasore (o elusore) fiscale, che va a discapito di tutti noi e l’egocentrismo pervasivo di uno Stato già obeso, che mette le mani e il naso ovunque.  Sul primo punto (su cui pure è stato fatto poco) già se ne è parlato e se ne parla, mentre sul secondo -che è il cuore di questa riflessione- si ode un imbarazzatissimo balbettio: proprio su questo si concentreranno le prossime righe.  Perchè noi liberali siamo particolarmente attenti alla invadenza del “pubblico”, al proliferare di Aziende direttamente (o indirettamente, giovandosi di tutta una serie di furbizie giuridiche) controllate -per mezzo di una detenzione di quote azionarie, anche minoritarie-  o dallo Stato, o dagli Enti Locali.  Perché se è assai semplice sottoscrivere la ricetta “riduciamo la tassa X dell’Y% a famiglie e imprese”, é ben più impegnativo, faticoso e pionieristico, censire tutti i mille rivoli in cui si disperde la spesa pubblica, per poi prosciugarli, sia pur lentamente. Come? Cedendone alcuni -del tutto- al mercato dei privati (Alitalia, ad esempio, non è affatto assimilabile a un servizio sanitario o sociale), tanto a livello nazionale che locale; ovvero vendendo tutte le partecipazioni azionarie che non attengono le funzioni realmente sociali, anche a livello locale.  Sono ben pochi i politici che si sono cimentati in questa opera di ricerca e disboscamento: perlopiù facendo una brutta fine.

Un pioniere, nella II^Repubblica è stato il compianto Ministro On. Pinuccio Tatarella, apripista nella concorrenza gestionale telefonica, che prima era saldamente in mano al fu colosso IRI (quello che Romano Prodi, che ben conosce tutte questa storie, presiedette); seguito da Pierluigi Bersani che ha pure aperto alcuni territori alla libera concorrenza … e poi più nulla.

Eppure questa opera  “bipartisan” andrebbe perseguita con più decisione: se non altro per portare -ecco qui il punto- le decine e decine di miliardi che certamente origineranno da questa maxi cessione di Aziende, azioni, titoli e risparmi, a copertura della più grande, colossale, azione di diminuzione delle aliquote fiscali.  Questa sarebbe LA vera operazione da fare e su di essa si dovrebbe misurare le verità di ogni forza politica.

Sennò ci stanno prendendo in giro tutti.

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