La sera del 9 novembre 1989 un funzionario del governo della Germania orientale annunciò – un po’ prematuramente – che i cittadini dello Stato sarebbero stati liberi di recarsi in Occidente. I tedeschi dell’est sciamarono fino al muro di Berlino, dove furono accolti dai cittadini della Germania occidentale. Vi furono scene euforiche di celebrazione durante l’abbattimento del simbolo della “cortina di ferro”. Ma quel giorno è stato anche l’inizio di un lungo e difficoltoso riequilibrio delle economie delle due ‘Germanie’. La riunificazione ha dato ai 17 milioni di tedeschi in Oriente la possibilità di iniziativa economica e possedere proprietà ma erano ben poche le persone della Germania Orientale a poter sfruttare questi nuovi diritti. Durante la privatizzazione, le fabbriche in Oriente furono chiuse o acquistate da nuovi proprietari occidentali. Le qualifiche dell’Est sono state rese non valide. Due anni dopo la riunificazione, la produzione industriale in Oriente era crollata di oltre tre quarti e oltre 3 milioni di persone erano senza lavoro. A questo punto gran parte della popolazione emigrò, provocando uno spopolamento scoraggiante.

Tre decenni dopo, il quadro è molto migliore, dato che la potenza economica della Germania è riuscita a risollevare sia la parte orientale che quella occidentale. Ma le disparità rimangono. I salari e il reddito disponibile in Oriente ora raggiungono circa l’85 percento di quelli in Occidente, secondo i dati del governo. I tedeschi dell’est sono sottorappresentati come leader nel mondo degli affari, nel mondo accademico e nella politica, nonostante la Cancelliera Angela Merkel sia originaria della parte orientale dello Stato. C’è anche un divario persistente nei tassi di disoccupazione: il 6,9 per cento in Oriente, rispetto al 4,8 per cento in Occidente.

Il quadro della Germania fa emergere piuttosto chiaramente le disparità di benessere che il comunismo provoca. I danni sono così ampi che neanche un Paese economicamente forte riesce a porre rimedio dopo ben 30 anni. Ciò fa capire che la strada dello ‘statalismo’ farà regredire l’economia dei molti Stati europei e del mondo che lo stanno adottando in nome del protezionismo economico e della difesa dei confini, che nel 2019 dovrebbero essere già superati.

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