Quando si esce dall’autostrada A14 al casello di Massafra, imboccando lo svincolo per Taranto, dopo alcuni chilometri a sinistra ci si imbatte nella più grande acciaieria d’Europa, si tratta dell’ex stabilimento ILVA. Si tratta del 4° produttore del continente con circa 6 milioni di tonnellate prodotte all’anno con 14.000 addetti e 15 unità produttive.  Per Taranto e i centri urbani limitrofi è la fonte primaria di reddito. Si tratta di uno dei più grandi stabilimenti al mondo gli altri, dello stesso gruppo, sono a Genova, Novi Ligure, Racconigi e Marghera. L’acciaieria è stata tolta alla famiglia Riva con Decreto Ministeriale del 21 gennaio 2015 per passare prima in amministrazione straordinaria e per poi trovare coma acquirente la Aceleron-Mittal. Ma cosa rappresenta realmente l’Ilva per la città di Taranto? Da un lato, abbiamo una Taranto bellissima con il suo ponte girevole – protagonista della seconda guerra mondiale -, la zona vecchia che si affaccia sul mare poco riqualificata, il bellissimo Castello Aragonese utilizzato e valorizzato dalla Marina militare, i suoi due mari con la mitilicoltura; dall’altro, la fame di lavoro, la grande industria che ha dato l’opportunità di lavoro (alcune volte frutto di logiche clientelari) a molti uomini che, pur di non lasciare la propria terra, hanno accettato di entrare nella fabbrica della morte. Sì, della morte! Perché a Taranto si muore due volte: o per i rischi del lavoro in acciaieria o per le polveri del parco minerario che contaminano il vicino quartiere Tamburi, posto alla periferia nord-occidentale del centro urbano e confinante con la bellissima costa del Lido Azzurro, tanto rimpianta dai residenti. Ebbene la Taranto dei due mari, mar piccolo e mar grande, oggi si trova ancora una volta davanti a un bivio con il ponte girevole pronto ad aprirsi per trovare un’ennesima soluzione di continuità. Il quartiere Tamburi, costruito prima per soddisfare le esigenze lavorative dei dipendenti della vicina ferrovia e, poi, per i dipendenti dell’Italsider è un non luogo, dove la morte soffia alla velocità del vento che costringe alla chiusura delle scuole e gli abitanti a barricarsi in casa, perché le polveri minerarie uccidono. Un turista non si può sbagliare, se percorre la strada che collega l’Ilva al quartiere Tamburi riconosce subito il dolore di quel luogo, lo riconosce nel colore rossastro dell’asfalto o nelle chiome ingrigite degli alberi. A Taranto si muore due volte o per le ceneri minerarie o per la mancanza di lavoro. Di chi allora la responsabilità? Di quella politica che negli anni passati ha fatto dello stabilimento Ilva un ufficio di collocamento arrivando ad un numero di operai superiore alle effettive possibilità di mantenimento; di quella politica che ha più volte utilizzato risorse pubbliche per sostenere l’acciaieria senza vincolare tali risorse a un vero processo di conversione dell’impianto; di quella politica che ha reso possibile in tempi ormai lontani la nascita del quartiere Tamburi; di quella politica che non ha saputo gestire l’acquisizione dello stabilimento; di quella politica, che oggi si è chiusa in un vicolo cieco e non ha soluzioni.

 

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