Imprenditori con la valigia in cerca di luoghi più ospitali in cui investire. Un’immagine plastica che ci restituisce una istantanea del momento e a cui ne va aggiunta un’altra, di certo più drammatica: quella dei tanti giovani che stanno lasciando i luoghi d’origine in cerca di lavoro. Può sembrare un paradosso ma in Italia capitale e lavoro tendono ad avere gli stessi comportamenti. Non una fuga in massa, ma il tentativo concreto di volgere lo sguardo altrove magari verso contesti meno oppressi da un fisco aggressivo, da una burocrazia inefficiente, da un sistema infrastrutturale spesso obsoleto e da una politica molto attenta alle esigenze elettorali, priva di una visione di ampio respiro indipendentemente dai partiti e dagli schieramenti di appartenenza.

A soffrire questa situazione è in particolare il Mezzogiorno che pare abbia perso in pochi anni due milioni di residenti proprio a causa della forte disoccupazione. Uno spopolamento che sta privando intere regioni di tante intelligenze. Una problematica avvertita soprattutto nelle aree interne che da decenni attendono opere pubbliche e servizi per uscire da un isolamento ormai divenuto mortifero. A confermare questo stato di cose l’ultimo rapporto Svimez che fotografa un Sud in affanno anche a causa dei mancati investimenti dello Stato centrale e della riduzione dei trasferimenti agli Enti locali in ossequio a strane leggi figlie di un federalismo fiscale un pò cialtrone e politicamente orientato. Nel Meridione vive il 34% della popolazione nazionale mentre arrivano risorse per poco meno del 30%: facendo semplici calcoli più del 70% delle risorse sono appannaggio del Centronord che da anni predica contro la spesa pubblica mentre in realtà ne gode a man bassa. Basti osservare la concentrazione territoriale di strade, autostrade, rete ferroviaria, porti e aeroporti per capire che da almeno un quarto di secolo lo Stato ha dimenticato il Sud, mentre ha pompato denaro e realizzato opere  altrove.

A tutto ciò si aggiungono i numerosi tentativi di diserzione di aziende, in particolare multinazionali, talvolta restie per mentalità e visione al rispetto del lavoro, dei diritti e delle leggi degli Stati ospitanti. I casi dell’ex Ilva di Taranto e della Whirlpool di Napoli sono emblematici di una rapporto difficile tra il mondo dell’industria, in molti casi furbescamente recalcitrante all’osservanza delle regole, e il mondo politico spesso lontano dal paese reale e dalle sue esigenze concrete. A quanto pare sono decine i tavoli di crisi aperti presso il Ministero competente con lo scopo di evitare massicci licenziamenti e tutelare l’occupazione e il reddito di decine di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Una situazione complicata che ci ricorda quanto ancora sia perdurante la crisi economica che in assenza di un rapporto di fiducia tra tutti gli attori coinvolti difficilmente potrà essere affrontata con il fine di compiere scelte a favore della collettività.

La politica deve innanzitutto garantire agli investitori presenti e futuri (ove mai ci saranno) regole chiare e precise senza bizantinismi ma senza arretrare sul rispetto degli accordi. Ma soprattutto senza finanziare le imprese con i soldi dei contribuenti: a quel punto tanto vale che lo Stato scenda in campo in prima persona acquistando quote o partecipazioni aziendali. Insomma, né più né meno di quanto già accade in altri Paesi europei che durante i momenti di crisi attivano ogni misura possibile per evitare la fuga all’estero sia del capitale, che del lavoro. Ma si sa che gli esempi virtuosi quasi mai vengono presi ad esempio dalla politica di casa nostra, morbosamente provinciale ed evidentemente in altre faccende affaccendata.

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