L’EVOLUZIONE DEI RAPPORTI TRA STATO E CHIESA IN ITALIA E LA QUESTIONE RELIGIOSA NELL’AMBITO DEL PENSIERO LIBERALE – CONSIDERAZIONI SULLA POSSIBILITA’ E NECESSITA’ DI UNA “METAFISICA LIBERALE”

di Giuseppe Valentini

Di seguito il saggio posizionatosi secondo al concorso letterario di Cultura Liberale sponsorizzato dal Partito Liberale Italiano.

“Libera Chiesa in libero Stato”: chi non ricorda questa formula, coniata dal Montalembert e adottata dal Cavour nel tentativo di regolare pacificamente i rapporti tra il nascente Stato italiano e la plurisecolare Chiesa cattolica romana?  A quei tempi sembrava, e forse era, l’unico modo per evitare uno scontro frontale con un’istituzione che deteneva il quasi monopolio del credo religioso nel nostro Paese. Com’è noto, i rapporti peggiorarono notevolmente dopo la liberazione di Roma nel 1870 e la conseguente perdita del potere temporale da parte della Chiesa. Ci pensò il Fascismo, con i Patti Lateranensi del 1929, a ricucire la ferita ridando al Vaticano uno Stato, sia pure di dimensioni minime, ma con tutte le prerogative che competono agli Stati. Così l’assolutismo politico tendeva una mano all’assolutismo religioso, con l’evidente intenzione di assicurarsi la sua benevolenza. In realtà neppure col regime fascista i rapporti furono idilliaci, in quanto quest’ultimo pretendeva di avere l’esclusiva dell’educazione delle giovani generazioni. Ad appena due anni di distanza dalla firma dello storico Concordato, Mussolini decretava lo «scioglimento di tutte le asso­ciazioni giovanili non dipendenti direttamente dal Partito Nazionale Fascista e dall’Opera Nazionale Ba­lilla», in quanto non poteva tollerare che l’antifascismo super­stite trovasse rifugio e protezione sotto qualsiasi bandiera. Anche in questo caso, tuttavia, si trovò un compromesso con la riapertura dei circoli cattolici, sia pure con alcune limitazioni. Infatti una rottura traumatica delle relazioni tra Stato e Chiesa evidentemente non conveniva a nessuna delle due parti. Caduto il Fascismo e divenuta Repubblica in seguito al referendum istituzionale del 1946, l’Italia si trovò ad essere guidata da un partito, la Democrazia Cristiana, che si richiamava espressamente ai valori cattolici. Così la laicità dello Stato, indirettamente riaffermata dall’art. 7 del testo costituzionale (“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.”), trovava un ostacolo oggettivo al suo pieno espletamento nei rapporti di forza venutisi a creare tra i partiti politici. Ma la legge sul divorzio, approvata dal Parlamento nel 1970 e confermata dal risultato del referendum popolare del 1974, sanciva, per la prima volta nella storia italiana, la prevalenza delle ragioni oggettive sulle imposizioni derivanti dai dogmi di fede. Nel 1978 il parlamento approvava la legge 194 (confermata da due referendum nel 1981) che depenalizzava l’aborto, sancendone la legalità sia pure a determinate condizioni. Si trattava, senza dubbio, di due profonde lacerazioni nel tessuto cattolico che aveva sempre caratterizzato l’etica del Bel Paese. Da quel momento in poi, per la volontà espressa dalla maggioranza del popolo italiano, la Chiesa cattolica si verrà a trovare nella scomoda posizione del “pastore che insegue le pecore”, anziché in quella a lei più consona del “pastore che guida le pecore”. Con la riforma del Concordato, operata dal governo Craxi nel 1984, il Cattolicesimo cessava anche di essere considerato “religione di Stato”. A causa del processo di scristianizzazione della società civile, che dopo la seconda guerra mondiale è andato avanti in maniera progressiva, si è determinata una spaccatura senza precedenti (almeno nella storia moderna) all’interno dello stesso mondo cattolico, tra riformatori-progressisti da un lato e conservatori-tradizionalisti dall’altro.

Nelle moderne democrazie liberali si considera la religione come qualcosa che riguarda la sfera privata dei cittadini. Si tratta, però, di un grave errore di valutazione perché la religione non può essere considerata alla stregua di un hobby, in quanto in molte parti del mondo la prima (e a volte unica) educazione che si riceve è di tipo religioso. Quando un bambino nasce è soltanto un essere umano. Successivamente, per imposizione o per libera scelta, diventa cristiano, islamico, buddista e via dicendo. La libertà religiosa è una riconquista dell’epoca moderna (esisteva nell’impero romano prima dell’editto di Tessalonica del 380 d.C.), ma ancora oggi nel mondo ci sono nazioni in cui questa libertà non viene riconosciuta e, anche laddove è garantita, continua l’uso invalso di consentire ai genitori d’imporre la propria fede anche ai neonati. I precetti religiosi, che vengono inculcati fin dall’infanzia, possono condizionare, in maniera più o meno evidente, il modo di pensare e di agire degli individui. Si parte da semplici divieti di consumare alcuni cibi o bevande e da obblighi di vestire in un determinato modo, per arrivare  a vere e proprie forme di discriminazione sessuale, razziale o di casta, per non parlare poi delle gravi menomazioni fisiche, come l’infibulazione per le donne, spesso effettuate sotto la copertura di pretesti religiosi. Pertanto, quando si parla di interferenze religiose non ci si riferisce a questioni astratte, bensì a fatti concreti. Fermo restando il diritto di ognuno di credere in ciò che vuole, quando la fede non è illuminata dalla ragione, può risultare dannosa. Ad esempio, quando i peccati diventano reati e non c’è più distinzione tra precetti religiosi e norme di legge, allora la religione si trasforma in ideologia. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel mondo islamico, dove la religione viene spesso usata come pretesto per guerre, persecuzioni e genocidi, ma in passato lo era anche in Europa. Le ideologie sono schemi teorici entro i quali si pretende di racchiudere la realtà, lasciando fuori tutto ciò che in essi non rientra, e coloro che non accettano questi schemi sono considerati nemici da combattere o da convertire. La separazione tra Stato e Chiesa in essere nei Paesi occidentali, pur avendo consentito una forte attenuazione del fenomeno, non è riuscita tuttavia ad estirpare il radicalismo religioso che, più avanza il progresso scientifico e tecnologico, più sembra riemergere quasi fosse un contrappeso.

A dire il vero, c’è anche chi ritiene che le religioni siano solo forme di superstizione prodotte dalla paura e dall’ignoranza che per millenni hanno perseguitato la specie umana, e che in futuro potranno essere spazzate via proprio grazie al progresso scientifico e tecnologico. Ma è davvero così? Potrà, in futuro, la fede nella scienza prendere il posto delle fedi religiose? A differenza degli animali che vivono seguendo l’istinto e sono perfettamente integrati nel loro ambiente naturale, l’uomo vuole conoscere l’origine della realtà dalla quale è circondato e sapere se l’esistenza ha uno scopo oppure è fine a sé stessa. Le religioni rappresentano le risposte a queste domande, come i linguaggi sono le risposte all’esigenza di comunicare con i propri simili. Il “sentimento religioso” è presente in tutte le popolazioni, da quelle che vivono in maniera primitiva a quelle tecnologicamente più avanzate, in quanto fa parte della natura umana e non può essere soppresso. Pertanto le tematiche religiose continueranno a coinvolgere anche in futuro miliardi di persone in tutto il mondo.

Le religioni, a differenza della scienza che si accontenta di accertare le cause dei fenomeni naturali, hanno anche  una “funzione finalistica”, in quanto  intendono stabilire delle regole cui i credenti devono uniformarsi per raggiungere una determinata meta. Questa caratteristica le rende particolarmente adatte a fare da supporto agli assetti politici e sociali che si affermano in certi luoghi e in certe epoche (ad es. la religione induista è funzionale al sistema delle caste in cui è tradizionalmente suddivisa la società indiana). La pratica di sfruttare la religione a fini politici è antica quasi quanto la religione stessa. Nell’antica Roma, già ai tempi del re Numa Pompilio, fu istituita la carica di Pontifex Maximus, successivamente assunta dagli imperatori e poi passata al vescovo di Roma, cioè al Papa. Nel medioevo si manifestò il fenomeno del “cesaro-papismo” che, mutatis mutandis, ritroviamo ancora oggi nell’ordinamento della democraticissima Gran Bretagna, dove il monarca è anche formalmente il capo della Chiesa Anglicana. Ma l’elenco dei Paesi dove esiste una commistione tra potere politico e religioso è tuttora lungo. Pertanto, più che essere l’oppio dei popoli come sosteneva Marx, la religione costituisce un instrumentum regni che può risultare molto utile per governarli. La droga, infatti, dà a chi la prende un’immediata sensazione di benessere, mentre la religione serve a convincere la gente ad accettare privazioni, sofferenze  e ingiustizie in vista di un traguardo considerato importante come, ad esempio, la salvezza dell’anima. Una ben collaudata “furbizia” è anche quella di far passare gli eventi negativi per positivi. I cristiani dicono che Dio permette che ci sia il male per ricavarne un bene maggiore, per cui qualsiasi sofferenza, se accettata in nome della fede, è considerata una sorta di lasciapassare per il “Regno dei Cieli”. ll trionfo del Cristianesimo, che esalta la penitenza, il sacrificio, la rinuncia, fu sicuramente agevolato dalle terribili condizioni di vita delle popolazioni europee dopo il crollo dell’impero romano (i cosiddetti “secoli bui”). Ma nella nostra epoca la sofferenza non è più considerata un male inevitabile da accettare in vista di un premio post-mortem, bensì un nemico da sconfiggere in questa vita.

Quando il clima sociale e culturale cambia e vengono messi in discussione i valori su cui poggiano, le religioni decadono inevitabilmente. Nessun edificio, per quanto solido, può restare in piedi se frana il terreno sottostante. Se l’ avvento del capitalismo non ha messo in crisi il Cristianesimo, è perché entrambi si basano sul presupposto che l’uomo debba guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Ma la civiltà attuale, nata da due grandi rivoluzioni scoppiate quasi contemporaneamente alla fine del XVIII secolo, quella politico-sociale francese e quella industriale inglese, volge ormai al termine. Essa si può definire “civiltà del lavoro”, non perché il lavoro prima non esistesse, ma perché era riservato agli strati umili della popolazione, mentre dopo diviene uno dei suoi valori fondanti, coinvolgendo l’intera compagine sociale senza più distinzione di ceto di appartenenza. Oggi, però, assistiamo ad una implosione del modello capitalista classico dovuta essenzialmente a tre fattori: 1) diminuzione dei posti di lavoro causata dalla progressiva automazione dei processi produttivi e delle prestazioni di servizi; 2) restrizione della libera concorrenza quale conseguenza di fusioni, acquisizioni e joint-venture tra imprese, che determina la nascita di oligopoli i quali, in virtù di accordi espliciti o nascosti, possono dar luogo a situazioni di monopolio di fatto; 3) sviluppo abnorme dell’economia finanziaria ai danni di quella reale, dovuta ad un uso speculativo dei capitali in base al principio che “i soldi devono fare altri soldi”. Se viene meno il lavoro, viene meno il reddito e di conseguenza si comprimono i consumi, e se viene meno la concorrenza tra le imprese, viene meno anche la spinta a migliorare e diversificare i prodotti. Inoltre, in molti settori, è la politica, a stabilire cosa deve essere prodotto e come. Le normative, sempre più numerose che stabiliscono le regole cui devono attenersi i produttori, hanno come effetto quello di standardizzare i prodotti e di limitare la libertà e la creatività delle imprese.

Le grandi trasformazioni che hanno interessato le società occidentali negli ultimi decenni stanno modificando profondamente il loro retroterra culturale. La crisi religiosa che travaglia soprattutto l’Europa, coincidente con quella del Cristianesimo, non è dovuta tanto al disinteresse da parte della gente per i temi spirituali (non si spiegherebbe altrimenti il proliferare di culti e sette di ogni genere), quanto al tramonto del “teismo” e al distacco che si è venuto a creare tra gli imperativi morali, che si vorrebbero immutabili, e i costumi sociali che, al contrario, mutano in continuazione. Il “teismo” nelle sue forme principali (politeismo e monoteismo), vincola l’uomo all’osservanza di  presunte leggi imposte da una o più divinità. Dei danni prodotti da questa forma mentis sono pieni i libri di storia, ma anche la cronaca quotidiana non è certo avara di episodi che testimoniano la sua pericolosità. Lungi dal proporre soluzioni valide sul piano metafisico, il teismo si risolve nel culto della personalità. Profondamente radicato nella mentalità occidentale, esso deriva da ancestrali credenze popolari. I grandi poemi epici dell’antichità sono infatti pieni di episodi di divinità che prendono sembianze umane per partecipare alle vicende terrene. Naturalmente non si può escludere che nell’universo esistano esseri molto più evoluti rispetto all’homo sapiens sapiens (neppure la Chiesa cattolica esclude più questa ipotesi), con i quali l’umanità potrà un giorno venire a contatto e che forse, in epoche remote, abbiano già calpestato il suolo del nostro pianeta e che siano stati scambiati per dèi dai primitivi abitanti della Terra. Il concetto di divinità nasce dall’elevazione all’ennesima potenza delle caratteristiche, positive e negative, tipiche della specie umana. Un dio può amare ma anche odiare, può aiutare o mandare in rovina qualcuno, può perdonare oppure vendicarsi e così via.

Poiché i mezzi che l’uomo ha a disposizione non gli consentono di esplorare la realtà nella sua interezza, diviene inevitabile tracciare una linea di confine tra ciò che è conoscibile e ciò che non lo è. Ma le conoscenze umane variano di epoca in epoca, per cui il confine tra le due categorie si sposta in continuazione. Specialmente nei tempi antichi, tutto ciò che non poteva essere spiegato in base alle limitate cognizioni scientifiche a disposizione, veniva considerato di origine soprannaturale. Il teismo è un tipico prodotto della cultura antropocentrica, la cui essenza è stata ben sintetizzata da Protagora, il più famoso degli antichi sofisti greci, il quale sosteneva che:”L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che esistono in quanto esistono e di quelle che non esistono, in quanto non esistono”. Una volta stabilito che l’uomo è misura di tutte le cose, fu facile passare alla personificazione e alla sacralizzazione degli elementi della natura (il dio del sole, del mare, dei venti) oppure di idee astratte (la dea della sapienza, della giustizia) o ancora di attività umane come la caccia o la guerra, e successivamente passare al monoteismo, quale  tentativo di personificare l’Assoluto. Mentre il concetto di sacro è soggettivo, nel senso che ciò che è sacro per Tizio può non esserlo per Caio e viceversa (pensiamo alle vacche sacre degli Indù), quello di Assoluto è invece un concetto oggettivo, perché esprime il Principio dal quale si origina tutta la realtà, sia quella che percepiamo attraverso i nostri sensi, sia quella che non siamo in grado di percepire. Il monoteismo, inoltre, si presta in maniera eccellente ad assolvere la funzione politica di assicurare un giudizio inappellabile che premi i buoni e punisca i cattivi, perché se è possibile sfuggire alla giustizia umana, è impossibile sottrarsi a quella divina.

Ancora oggi non esiste una religione che possa andar bene per tutti, perché gli insegnamenti vanno calibrati in base alle attitudini di chi deve apprendere. Non sarebbe logico formare una classe unica comprendente sia gli scolari delle elementari, che gli studenti universitari. Ciò spiega il perché dell’esistenza di tanti culti diversi che sono anche indice del caos che regna in materia, perché “tante verità = nessuna verità”.  Al massimo si può concedere che ogni religione contenga qualcosa di vero. Ma, se si vuole raggiungere una determinata meta, bisogna incamminarsi nella giusta direzione. Se voglio andare a Firenze partendo da Roma e per errore imbocco l’autostrada che porta verso Napoli, non raggiungerò mai la meta. Invece, anche se sono a piedi o in bicicletta ma procedo nella giusta direzione, prima o poi arriverò a destinazione. Tante domande rimangono “appese”, senza ottenere una risposta soddisfacente proprio perché si è imboccata una strada sbagliata. La verità, nella sua interezza, può essere raggiunta solo razionalmente grazie alla logica e alle evidenze scientifiche, anche se le risposte ottenute con la logica non piacciono a coloro i quali non vogliono rinunciare a una fede irrazionale (fideismo)  preferendo far riferimento ai “misteri”, che la mente umana non sarebbe in grado di penetrare, ed affidarsi ai miti (il termine greco mythos significa “racconto”).

Molte importanti religioni considerano frutto di ispirazione divina ciò che sta scritto su antichi testi la cui origine si perde nella notte dei tempi. Tra questi il più famoso è sicuramente la Bibbia, sulla quale si basano l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Secondo l’interpretazione tradizionale (che oggi però viene messa in discussione da diversi studiosi e ricercatori) un unico Dio, onnipotente e onnisciente, avrebbe creato dal nulla l’universo e tutto ciò che in esso è contenuto compreso il primo uomo (Adamo), fatto a sua immagine e somiglianza, e la prima donna (Eva) e li avrebbe collocati nel paradiso terrestre. Ma, in seguito alla loro disobbedienza, tutta l’umanità sarebbe stata condannata a una vita di fatica, di sofferenza il cui esito finale è la morte. Tuttavia, secondo i cristiani, Dio avrebbe anche mandato un salvatore nella persona di Gesù, detto il Cristo, che con la sua morte in croce avrebbe redento l’umanità. Considerato, però, che questa redenzione non ha operato effetti sul piano della vita materiale, è da ritenersi che essa valga solo post mortem per quelli che ne risulteranno degni. La teologia è la disciplina che ha il compito di rendere comprensibile una verità data all’uomo per rivelazione divina. Quindi il teologo è un esegeta, mentre il filosofo è un ricercatore, il cui compito è quello di scoprire la “verità che sta scritta nell’universo”.  Ma, visto che non esiste una scienza rivelata, non si capisce per quale motivo dovrebbe esistere una religione rivelata. La religione è la ricerca del rapporto tra l’uomo e l’Assoluto e non semplice accettazione di dogmi, artificialmente creati, che non hanno alcuna rispondenza con la realtà. Per questo motivo la metafisica e la scienza sono complementari, in quanto puntano allo stesso obiettivo pur partendo da posizioni diverse.

Accanto alla cultura antropocentrica, nell’ambito della filosofia greca, si sviluppò la cultura cosmocentrica (o semplicemente cosmica) che considera l’uomo come parte dell’intera realtà universale. I primi filosofi si occupavano di cercare l’elemento che è alla base di tutta la materia individuandolo, di volta in volta, nell’acqua (Talete), nell’aria (Anassimene), nel fuoco (Eraclito), oppure in una serie di elementi (Anassagora, Empedocle) o di particelle indivisibili, dette “atomi”, (Democrito) che, combinandosi fra di loro, danno origine a tutte le sostanze che compongono il mondo materiale. Ma la vera svolta si ebbe con Parmenide (V sec. A.C.), considerato dagli studiosi il “padre della Metafisica”, il quale pose in maniera perentoria la questione dell’illusorietà di ciò che percepiamo attraverso i nostri sensi. Un’altra sua formidabile intuizione fu quella relativa all’inesistenza del “nulla” (l’Essere esiste, il non-Essere non esiste). Platone sviluppò il pensiero di Parmenide immaginando l’esistenza di un mondo ideale (detto appunto “mondo delle idee”), eterno e immutabile, che sarebbe servito da modello al Demiurgo (“artigiano divino”) per plasmare il mondo della materia caratterizzato, invece, da mutevolezza e temporalità (il cosiddetto “divenire”). Ma la sistemazione definitiva al poderoso edificio della metafisica classica si deve al filosofo Plotino (egiziano di nascita ma romano d’adozione e caposcuola del Neoplatonismo), il quale pose come origine di tutta la realtà (sensoriale e non) un unico Principio Assoluto che chiamò “UNO”. Questo principio, dotato di infinita potenza creatrice, è all’origine di tutte le cose senza essere o assomigliare ad alcuna di esse. L’UNO è l’assolutamente semplice e indeterminato, del quale nulla si può dire tranne che esiste. Da esso per emanazione discendono il Nous (intelletto, assimilabile al platonico mondo delle idee) e l’Anima mundi , intesa come l’energia che genera la materia. Questo Principio Assoluto si trova enunciato anche in antiche religioni orientali come il Taoismo (“Il Tao è un vuoto turbinante, sempre in azione e inesauribile. È un abisso insondabile, origine di tutte le cose, e unifica il mondo”).

La Metafisica, che Aristotele definiva “filosofia prima” o “scienza delle cause prime”, era tenuta in grande considerazione nel mondo antico, ma nel medioevo fu utilizzata dai teologi cristiani al solo fine di dare una base razionale alla “rivelazione divina”, contenuta nella Bibbia e nei Vangeli, circa l’origine e la destinazione della stirpe umana. A parere di molti studiosi Kant l’avrebbe praticamente distrutta non riconoscendole il ruolo di scienza, in quanto i suoi oggetti non possono essere sperimentati. Con tutto il rispetto per il grande filosofo di Königsberg, dando credito alla sua affermazione si finisce per negare dignità di scienza anche alla matematica e alla geometria che, come la metafisica,  seguono una logica astratta. Tuttavia, data la loro utilità pratica, nessuno si sognerebbe di buttare a mare la matematica o la geometria. Già un secolo prima di Kant, uno dei padri nobili della Fisica classica, Isaac Newton, affermava “Fisica guardati dalla Metafisica”, intendendo con questa frase mettere in guardia gli scienziati dal trarre conclusioni non supportate da verifiche sperimentali.

Ma la teoria della relatività e la meccanica quantistica hanno rivoluzionato le basi della fisica classica. Anche se la scienza si ostina a considerare il problema di Dio come una questione a-scientifica o pre-scientifica, già negli anni ’40 del XX secolo Max Planck (premio Nobel per la fisica e padre della meccanica quantistica) affermava: “Avendo consacrato tutta la mia vita allo studio della materia, posso dirvi almeno questo a proposito delle mie ricerche sull’atomo: la materia come tale non esiste! Tutta la materia non esiste che in virtù di una forza che fa vibrare le particelle e mantiene questo minuscolo sistema solare dell’atomo. Possiamo supporre al di sotto di questa forza l’esistenza di uno Spirito Intelligente e cosciente. Questo Spirito è la ragione di ogni materia.”. Una volta caduta definitivamente la teoria dell’indivisibilità dell’atomo, durata oltre due millenni, agli scienziati sono bastate poche decine di anni  per passare dalle particelle subatomiche ai pacchetti di energia (quanti), da questi alle superstringhe vibranti (secondo tale teoria tutto ciò che esiste è solo la manifestazione di “energia vibratoria”), e giungere infine all’energia di fondo, detta anche “vuoto quantico”. La scienza ha dunque accertato che la materia non è una sostanza, bensì una manifestazione di campi d’energia. Questa conclusione oltre a mettere fuori causa il “creazionismo”, in quanto non può essere stato creato ciò che non esiste di per sé, demolisce anche il monoteismo, poiché non può esserci un creatore in mancanza di una creazione. Che lo si chiami UNO come fa Plotino, o Tao, o “vuoto quantico” come fanno gli scienziati moderni, una cosa è certa: siamo in presenza di un principio metafisico che nulla ha a che vedere col Dio umanizzato che emerge dagli scritti biblici ed evangelici.

Quando l’analfabetismo regnava sovrano tra le masse popolari, una religione poteva anche essere imposta per volontà politica (vedi le vicende riguardanti il Cristianesimo ai tempi dell’impero romano), ma al giorno d’oggi senza solide basi metafisiche e scientifiche, essa è destinata a perdersi. Come diceva Plotino “il nostro impegno non è quello di essere esenti da colpe, ma di essere Dio”. Questa frase non va interpretata nel senso che l’uomo possa sostituirsi a Dio (una delle accuse più ricorrenti che i “teisti” rivolgono all’uomo moderno), ma che possa non sentirsi più un peccatore in cerca del perdono divino, bensì un “livello di coscienza” individuale che evolve verso la Coscienza Cosmica. Come esiste l’evoluzione del pensiero scientifico (le spiegazioni fornite circa i fenomeni naturali cambiano a seconda delle scoperte effettuate), parimenti esiste anche quella del pensiero religioso. Dal politeismo si passa al monoteismo, da questo al panteismo o all’ateismo (entrambi negano l’esistenza di un dio personificato) per arrivare al concetto metafisico di Assoluto. Se dovessimo stilare una graduatoria di tipo scolastico tra i diversi modelli di religiosità, potremmo dire che il politeismo corrisponde alla scuola elementare, il monoteismo alle medie, il panteismo e l’ateismo alle superiori e il neoplatonismo all’università.

Il progresso umano non avanza seguendo una linea retta che parte dal basso verso l’alto, bensì secondo la logica dei cicli evolutivi. I cicli sono come ruote che girano e, quando un ciclo ha raggiunto il suo apice, se non si passa al ciclo successivo, ovvero se non si cambia modo di pensare e di agire, anziché continuare a salire, si inizia a scendere. Quando i barbari invasero l’impero romano, la civiltà fece un salto indietro di secoli, ma col passare del tempo essi abbandonarono i culti che professavano, per convertirsi al Cristianesimo. Non fu la religione dei vincitori ad imporsi a quella dei vinti, bensì il contrario. Il politeismo dovette cedere il passo al monoteismo (sia pure trinitario) cristiano. La stessa cosa, invece, non avvenne quando i Turchi conquistarono Costantinopoli. Essi mantennero la propria religione monoteista, l’Islam, e non si convertirono al Cristianesimo, come non si sono mai convertiti in massa gli Ebrei. Le conversioni spontanee da un culto monoteistico a un altro sono eventi rari e non riguardano mai interi popoli, bensì singoli individui. La legge del divenire non fa sconti a nessuno e il ciclo storico del teismo sta ormai giungendo al termine. Sono sempre di meno, nei Paesi avanzati, coloro che credono all’esistenza di divinità personificate e l’ateismo trova sempre più proseliti. Ma neppure l’ateismo o il panteismo sono in grado di dare quelle risposte che solo la metafisica e la scienza possono assicurare.

Se rimarrà appiattito sulla difesa del liberismo economico e della democrazia rappresentativa (entrambi oggi in crisi), il liberalismo farà la fine del marxismo, che ha conosciuto un rapido declino delle proprie fortune a causa del venir meno dei presupposti sui quali si basa, mentre il Cristianesimo, nonostante il suo evidente fallimento sul piano  storico (non ha portato la pace nel mondo, non ha sconfitto la povertà e le sue promesse escatologiche non si sono ancora avverate), continua il suo percorso (sia pure a stento) grazie al collegamento con una dimensione ultraterrena. Se è giusto che lo Stato rispetti le idee di tutti (nella misura in cui queste non confliggono con le leggi in vigore o con i principi costituzionali), è anche giusto che uno Stato, davvero liberale, promuova l’evoluzione del pensiero umano che è la conditio sine qua non per un autentico progresso civile e sociale. Rispetto alle questioni religiose non si può fare come l’arbitro in una partita di calcio. Nessuno si appassiona per l’arbitro e così sono le squadre in campo a dividersi il tifo degli spettatori. Si tratta di scegliere tra una religiosità irrazionale, appesa ai miti e priva di riscontri oggettivi, e una razionale basata sul rigore logico e supportata dalle evidenze scientifiche. Una delle definizioni più in uso del termine “liberalismo” è la seguente: “orientamento ideologico e politico che limita il potere dello Stato per favorire la libertà d’azione dei singoli”. Ma prima della libertà d’azione viene la libertà di pensiero e i dogmi religiosi hanno la funzione di limitare tale libertà. Una società non sarà mai veramente libera se non si spezzano le catene imposte dal dogmatismo.

Alle tante rivoluzioni che si sono succedute negli ultimi due secoli (economiche, politiche, sociali, di costume, ecc.), deve ancora aggiungersi quella che va considerata la più importante di tutte: “la rivoluzione religiosa”. Le immense possibilità che, grazie al progresso scientifico e tecnologico, si sono spalancate dinnanzi al genere umano, non devono trovare impedimenti in concezioni esistenziali ormai superate. L’uomo ha paura di sé stesso, delle proprie capacità che possono portarlo a costruire un paradiso sulla Terra ma anche spingerlo nel baratro dell’autodistruzione. Nell’eterno divenire si manifestano le infinite potenzialità dell’Essere, ed è proprio attraverso la sperimentazione di queste infinite potenzialità che si esplicita la libertà umana, che non potrebbe concepirsi in presenza di un Dio personificato che dirige i processi storici. Bisogna evitare che, in un’epoca di multiculturalismo etico e religioso, il vuoto lasciato da un Cristianesimo declinante venga riempito da altre pericolose suggestioni irrazionali. Chi oggi teme l’islamizzazione del Vecchio Continente o la sua “deriva nichilista”(cioè la progressiva distruzione dei valori, a iniziare da quelli etici, che sono alla base della convivenza civile), dovrebbe riflettere sugli insegnamenti della storia. Se abbracceremo la metafisica neo-platonica, nettamente più avanzata rispetto a tutte le forme  di teismo, sarà questa ad imporre la sua superiorità, come avvenne per il Cristianesimo nei confronti del politeismo pagano. Il Neoplatonismo è l’orizzonte metafisico naturale per un liberalismo che non si accontenta di occupare un posto fra le tante ideologie che costellano il cammino umano, ma vuole porsi come autentico lumen gentium.

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