I giuristi la definirebbero una vexata quaestio, il volgo un vero casino.
Le domande inquietanti sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) sopravvengono non alla spicciolata, ma a grappolo.
E’ detto anche provvedimento “Salva-Stati”, ma non è piuttosto un istituto “Salva-Banche”?
E le Banche sono tutte quelle degli Stati-membri dell’Unione Europea o solo quelle tedesche (almeno al momento, in cui è divento incalzante il problema)?
Il vincolo per l’Italia è da assumere in futuro o è divenuto già definitivo, alla chetichella nel chiuso di stanze ovattate e discrete (per cui rien ne va plus, come nel gioco della roulette)?
E se la decisione è ancora da prendere, può mai avvenire che i soldi dei contribuenti italiani siano messi a disposizione di strutture straniere senza che gli eletti dal popolo in Parlamento ne sappiano alcunché?
Le domande s’inseguono ancora:
E’ degno di un Paese civile e democratico l’immagine di un governo che come quello italiano, non solo nella sua continuità storica ma nella stessa immediatezza della cronaca, si mostri diviso tra quelli che vogliono elargire doni alla Germania e quelli che vorrebbero sottrarsi all’egemonia della Merkel e di Macron?
E’ possibile, allo stato dei fatti, chiudere il capitolo di sapore collodiano di un Pinocchio italiano alle prese con il Gatto e la Volpe?
Certo: lo spauracchio della solitudine, della derelitta Italia lasciata senza difesa nella giungla Occidentale, è un’arma fortissima nelle mani degli europeisti a trecentosessanta gradi.
I guai, d’altronde, che l’Italia potrebbe procurarsi da sola con la classe politica, che, purtroppo, si ritrova, non sarebbero pochi anche se, come al solito, malamente celati da spudorate menzogne.
V’è, però, chi sostiene che non sono sarebbero certamente più promettenti o forieri di un futuro migliore gli inganni dei tecnocrati di Bruxelles.
Si tratterebbe, a giudizio di notisti ironici dal pensiero non totalmente offuscato, di insidie e di tranelli, ripetuti e continui, degni della fantasia di Carlo Collodi.
Il Gatto tedesco sarebbe troppo sensibile al tintinnio dell’acciaio per perdere all’improvviso il pelo e il vizio e non desiderare di restare in minore compagnia a produrlo nel Vecchio Continente.
E la Volpe francese, capace di scatti felini, non rinuncerebbe ad altre rapide e fulminee immissioni nel “giardino italiano” per agguantare tutto quello che v’è ancora da prendere in materia commerciale.
La straordinaria attualità della favola dello scrittore di Pescia, se rapportata alla situazione odierna del Bel Paese nell’Unione Europea è sorprendente.
Incappata nella trappola di una congerie di Trattati comunitari, l’Italia dovrebbe indursi, liberandosi dal peso della sveglia che porta al collo, a considerare l’idea di riesaminare, rivedere o sostituire le norme dimostratesi “capestro” per gli interessi dello Stivale.
V’ chi avverte, però, a due condizioni ben precise:
a) Recuperare una classe politica e dirigente degna di tale nome, sottraendola con provvedimenti immediati e urgenti al rischio di “perdere la faccia” per l’uso politico dell’accusa a discrezionalità di pubblici accusatori che a causa della mole di lavoro non possono applicare il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale;
b) Non temere le grida manzoniane di “sovranismo” e di “populismo”, perché, anche se non sempre emesse da biechi portatori di interessi finanziari di istituzioni fuori dai nostri confini, sono troppo spesso ripetute da gente che, per i colpi mancini dell’età, rifiuta di pensare ai mutamenti intervenuti nel mondo attuale e continua a ragionare come se stessimo ancora agli anni del secondo dopoguerra mondiale (epoca della loro “maurazione” politica).
I problemi da superare, anche ricorrendo le predette condzioni, non sono pochi.
La Gran Bretagna, con le difficoltà procuratole dall’Unione, oltre che dalla Grande Finanza della sua stessa City (collegata con quella di Wall Streete con tutta la gauche occidentale) sta dando la prova ai “prigionieri di Bruxelles” che non è agevole togliere il giocattolo dell’Europeismo dalle mani dei banchieri e dei bancari, per affidarlo a quelle di uomini politici di cui possa accertarsi l’autonomia e l’ indipendenza dalle centrali creditizie dell’Occidente.
L’imbroglio del MES (dove, come il burattino del racconto collodiano, l’Italia rischia di bruciarsi i piedi nel braciere che gli è stato fraudolentemente preparato) potrebbe costituire il campanello d’allarme per un popolo di addormentati, definito addirittura “morto” dal vate Giosuè Carducci, pure impregnato di risorgimentali ardori.
Di là della generale incomprensibiltà delle notizie su tale marchingegno bancario fornite da uomini politici e giornalisti e dello scontro altrettanto “oscuro” degli addetti ai lavori, favorevoli o contrari, ma nell’un caso e nell’altro, sempre con argomentazioni inafferrabili e misteriose, gli Italiani non sanno che pesci prendere, nonostante gli anonimi fornitori di “sardine” (che, come i grillini, a loro tempo, sono ancora più misteriosamente finanziati da forze oscure, ma non tanto).
Non può venire in loro auto il Punt e Mes, noto vermouth di Carpano, se non al fine di dimenticare, nei fumi dell’alcol, i guai odierni. Forse, però, una rilettura del “Pinocchio” di Carlo Collodi, potrebbe dare utili insegnamenti sui Gatti e sulle Volpi che sono sempre in agguato nella vita umana e che circolano nel Vecchio Contimente.

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