Il Natale fa rima con maggiori acquisti. Questo è il periodo dell’anno in cui per definizione aumenta la spesa dei cittadini, prevalendo l’aspetto consumistico di una festa religiosa che in particolare durante l’ultimo trentennio ha smarrito i suoi principali connotati per assumerne altri, talvolta discutibili. L’elemento spirituale ha progressivamente ceduto il passo a quello commerciale diventando ad esso subalterno, aspetto comune a tutti i Paesi occidentali di religione cristiana i soli  in cui si celebra questa ricorrenza che è anche momento di incontro e di rinnovata amicizia tra persone che per svariati motivi vivono distanti.

Saluti, strette di mano e abbracci per ritrovarsi con un sorriso a conferma di legami sopiti ma non del tutto scomparsi.

Un tempo non lontano, poi, chi voleva comprare i regali si recava nei negozi di vicinato che si illuminavano grazie agli addobbi e alle luci, rendendo vivaci le vie e i quartieri delle città. A prevalere era il rapporto umano tra il commerciante e l’acquirente fatto di convenevoli, battute e le solite immancabili lamentele. Non a caso si utilizzava, ed in parte per fortuna lo si fa ancora, l’espressione ‘negoziante di fiducia’ proprio a voler sottolineare il particolare legame che nel corso del tempo si era instaurato con l’esercente, ascoltato e prezioso consigliere.

Poi la violenta irruzione dei centri commerciali, ma soprattutto l’avvento di internet e del commercio on-line hanno sconquassato un equilibrio durato per lunghissimi anni. Il cambiamento  tecnologico ha stabilito nuove dinamiche interpersonali, nuovi codici comportamentali, diversi usi e costumi che nel volgere di poco hanno preso quasi del tutto il sopravvento su ciò che esisteva causando povertà diffusa e un inaridimento dei legami a favore di una scontistica figlia della massificazione dei consumi che tende a premiare esclusivamente l’aspetto economico a scapito di tutto il resto.

Da qui la chiusura di migliaia di botteghe, avamposti importanti di carattere sociale in territori spesso mal amministrati e pertanto a degrado crescente. La desertificazione dei centri urbani, in particolare dei centri storici, è la conseguenza di una repentina modificazione del commercio che da sempre, invece, ha ingentilito e reso vicini popoli lontani e diversi. Ad esclusione delle località turistiche e di quelle medio-grandi ciò che sta avvenendo nell’Italia dei piccoli e medi comuni è preoccupante. Intere strade nel volgere di un decennio si sono trasformate in grigie e vuote arterie, vittime della globalizzazione e dei mutamenti aggressivi che una politica distratta e demagogica non ha saputo e voluto governare.

Ogni serranda abbassata è un pugno nell’occhio e un colpo allo stomaco rimandando alla mente immagini spettrali di un futuro prossimo venturo che spaventa e rattrista. Comprare nei negozi di prossimità vuol dire aiutare concretamente l’economia della propria comunità rinsaldando anche relazioni umane spesso smontate dall’invadenza dei social network e della “rete”, nuovo contenitore che tutto ingloba e tutto voracemente divora.

 

 

 

 

 

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