Ci poniamo oggi un quesito su cui in molti si sono scervellati, trovando solo delle risposte parziali e prive di certezza assoluta.
Esistono dei “contatori” per misurare la libertà dei popoli nel mondo? O, meglio, il livello di libertà di un Paese può essere rapportato all’esclusivo -pur rilevante- movimento economico imprenditoriale? Perché ove solo a questa sola, unica domanda noi dovessimo rispondere positivamente, ne dovremmo arguire che le democrazie più libere al mondo sono quelle dominanti in alcuni paesi islamici. Dove pure sono al lumicino la dignità della donna; ovvero il pluralismo religioso; o il criterio della libera, concorrente e alternativa rappresentanza politica; lì dove -magari- sei sanzionato con importanti e dolorosi danni fisici ogniqualvolta tu venga sorpreso a bere degli alcoolici. Allora, di fatto, ne deriva che non può essere solo quello economico il parametro da cui soppesare il grado di libertà nelle nazioni. Questo errore di superficialità mai dovrebbe essere commesso dal politico liberale: che non sottovaluta di certo l’importanza della libera impresa economica, ma che rapporta la medesima -prima di tutto- alla conquista di diritti civili e politici; nonché agli obiettivi previdenziali raggiunti nel mondo del lavoro. Senza dimenticare neppure la Rivoluzione francese; i movimenti sindacali; l’affermazione dei diritti delle donne nel XIX° e XX° secolo; fino ala Dichiarazione dei diritti universali del 1948. Tutti punti da tenere ben fissati nella mente. Tuttavia le fin troppo pressanti attenzioni del settore pubblico, qui in Italia (come Rivoluzione Liberale ha dimostrato nelle scorse settimane), pur essendo teoricamente motivate nelle proprie linee generali, per quegli assurdi livelli  -insopportabili e immotivati- che sono stati assunti anche e soprattutto dai livelli locali di governo, di fatto finiscono per darci una direzione ben precisa. Perchè lo spirito profondo che anima tutta la nostra “nomenklatura burocratica” trae proprio dalla pletora di dirigenze, uffici, passaggi, firme e autorizzazioni, la propria linfa vitale. Il modello di Stato entro cui viviamo, di fatto, ha finito per non riporre alcuna fiducia su di noi cittadini e sulla nostra sacra liberalità di spesa; al punto tale che esso finisce per sottrarci -ogni mese- una buona metà dalla nostra busta-paga, senza vergognarsi neppure nel farci capire il primitivo concetto del “su questa decido io”. È come se, di fatto, esso volesse affermare: “tu puoi pure esercitare il tuo diritto teorico di governo con il voto, anche se -di fatto- posto il continuo avvicendarsi (“in peius”, ndr.) del personale politico, la spesa pubblica non si tocca, perché facciamo tutto noi e guai a chi si avvicina ai fili.. “. Perché in fondo è questo ciò che da decenni accade. Ne consegue che la vera libertà economica non solo dovrebbe comportare una assenza sostanziale del potere pubblico dal campo imprenditoriale, ma pure dovrebbe lasciare nelle tasche del cittadino e nei bilanci delle imprese, più denari, sì da poter orientare autonomamente la propria spesa. Questa libertà, di fatto, qui in Italia, non vive. Vi è da soggiungere, tuttavia, che chi di spada ferisce, di spada perisce. Perchè ora c’è l’Europa che, di fatto, ha messo sotto scacco questo cattivo papà, chè ha fatto troppi debiti e che pure, a propria volta, si lamenta perchè pensa di essere troppo con la briglia corta, messo “in riga” dalla CE.
Su di un punto, però, non c’è chiarezza.
Per quale oscuro motivo né le coalizioni di governo, né quelle di opposizione, pongono questa questione della libertà “dallo Stato” in testa ai propri programmi che finiscono poi col provocare sempre più l’allontanamento della gente seria, capace e consapevole, dalla vita politica?
Buon Natale

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