Siamo arrivati ad un altro Capodanno e vogliamo evitare di ripetere l’errore di  eccesso di ottimismo commesso in occasione di quelli trascorsi da recente, che ci hanno riservato una progressione impressionante di negatività. È  inutile cercare delle buone ragioni per prevedere un anno migliore, di cui non si vede alcun segnale. Il 2019 è stato contrassegnato da due fasi, quella del Conte uno, pessima e la seconda del Conte due, di gran lunga più negativa, offrendo plasticamente la dimostrazione che  al peggio non c’è fine.

Cosa possiamo attenderci in futuro da un Governo in cui permane come Guardasigilli un avvocaticchio di provincia, in mano alla componente peggiore della magistratura militante, la quale pretende che un processo penale, magari avviato da un PM per un abbaglio che non si vuole riconoscere o per ostilità  politica o personale, rimanga aperto in eterno, come una scure sulla testa dell’accusato secondo il capriccio dell’Ordine giudiziario? Da domani dobbiamo attenderci dei  processi eterni, come  una sorta di condanna all’ergastolo, senza poter mai pervenire ad una sentenza definitiva, in barba ai principi costituzionali. Di fronte ad un simile scempio dei principi cardine della civiltà giuridica, in contrasto con la stessa natura, che prevede sempre una nascita, uno svolgimento ed una fine, il PD balbetta per nascondere la propria crisi culturale, identitaria e politica. Esso confida di poterla superare elettoralmente con l’assorbimento di quanto resta dei Cinque Stelle e l’omologazione delle sardine, che se non saranno rapidamente messe in scatola e sott’olio, rischiano di andare a male, prive come sono di idee e di una visione di quanto esse stesse vorrebbero per il futuro.

Si è dimesso il Ministro dell’istruzione, uomo certamente estremista e forse con qualche rotella fuori posto, ma certamente di livello intellettuale superiore a tutti i suoi colleghi pentasetellati di Governo, Di Maio compreso. Questo gesto estremo e, almeno nelle motivazioni ufficiali, più che condivisibile, è stato derubricato a personale disagio, principalmente nei confronti del proprio movimento, senza valutarne la denuncia, tanto grave quanto reale, della situazione di una istruzione pubblica al collasso, incomparabilmente inadeguata alla realtà odierna, nel confronto con i Paesi più avanzati del mondo, tra i quali all’Italia ancora oggi competerebbe un posto di diritto. Ignorandone le ragioni profonde, forse anzi usando strumentalmente tali dimissioni, in ventiquattr’ore, con un’anticipazione che ha violato le prerogative del Capo dello Stato, Conte ha ritenuto di risolvere il problema con la divisione in due del Ministero, separando Scuola da Università e Ricerca Scientifica e piazzando due ministri, per accontentare i Cinque Stelle che non volevano perdere un rappresentante nell’Esecutivo ed il PD che lo reclamava, ma con l’effetto di creare soltanto un nuovo posto di potere, senza rivendicare una ragione politica alta, che lo imponesse e le relative, necessarie risorse per attuarla.

Il Governo, in prossimità della fine dell’anno, grazie all’abuso del voto di fiducia, ha superato lo scoglio dell’approvazione della manovra finanziaria per il 2020, mortificando ancora una volta il ruolo del Parlamento, al quale è stato di fatto negato il diritto di discuterla ed eventualmente modificarla.

Con una faccia tosta degna di un guitto da compagnia teatrale di provincia, il Presidente del Consiglio si è presentato alla conferenza stampa di fine d’anno con i giornalisti, con un’aria soddisfatta e propositi di grandi iniziative proiettate per un triennio, consapevole che a favore della sopravvivenza del suo barcollante Esecutivo, militano soltanto i variegati interessi delle quattro forze politiche che lo sostengono, tutte in gravissima crisi di consenso ed animati soltanto dall’interesse di evitare elezioni, che certamente vedrebbero vincitrice l’opposizione. Con una endemica debolezza di tali proporzioni, le previsioni per il prossimo anno non possono che essere pessime e la sopravvivenza della legislatura è legata ad un sottilissimo filo, che potrebbe facilmente spezzarsi di fronte al primo imprevisto che provocherebbe certamente  l’implosione di una coalizione così debole e contraddittoria.

Il presuntuoso Conte ha annunciato un rilancio programmatico, fingendo di  non  rendersi conto che la maggioranza di cui dispone, anche attraverso la scomposizioni degli attuali Gruppi parlamentari e la conseguente creazione di uno o più formazioni di “responsabili”, potrà soltanto galleggiare, ma non sarà in grado di concordare alcun provvedimento di spessore. Certamente  la causa principale è  la mancanza di idee e capacità, ma altrettanto la profonda differenza di vedute tra i partiti che la costituiscono, anche a causa  del ruolo  assunto da alcune sue componenti, che si sono date come unico obiettivo quello di forze guastatrici .

L’opposizione da parte sua sembra orientata a vivere alla giornata e si rifiuta di assumere un chiaro profilo politico e programmatico, che la porrebbe agli occhi degli elettori quale credibile alternativa, a causa della tentazione salviniana di poter fare a meno dei propri alleati, se i risultati elettorali dovessero consentirgli tale opportunità. Allo stesso tempo Giorgia Meloni coltiva la concreta speranza di una crescita ragguardevole, dal momento che sa di rappresentare,  meglio e più  coerentemente del leader della Lega, i sentimenti di una destra radicale di ispirazione fascistoide,  in questo momento gradita ad una parte di italiani, nostalgici dell’ordine ed insofferenti ai riti della democrazia rappresentativa. Berlusconi a sua volta è  costretto a fare i conti con i propri errori del passato e con la scelta di una classe dirigente inadeguata, la quale, come aveva sposato la sua causa per opportunismo, oggi, di fronte al calo nei sondaggi, si prepara ad abbandonarlo velocemente alla ricerca di altre zattere di salvataggio.

Non sappiano se nel corso del 2020 la situazione politica farà precipitare il Paese verso nuove elezioni e, quindi, se e con quale legge elettorale si andrà alle urne, dal momento che è ricominciata la indegna rincorsa da parte di tutte le forze politiche (per la quarta volta in un quindicennio e di fronte alla scure cui è stata costretta con più interventi la Corte Costituzionale) verso un sistema che risulti non il migliore, ma il più conveniente per la propria parte, tra chi vorrebbe vincere in forma esclusiva, chiedendo il maggioritario e chi si batte per la sopravvivenza, insistendo per un sistema proporzionale, mentre concordano tutti sulla indicazione di parlamentari nominati, guardandosi bene dal prevedere di restituire al popolo sovrano il diritto di scelta dei propri rappresentanti.

È certo che ci avviamo ad un altro anno molto difficile. Il nostro augurio ovviamente è di peccare di eccesso di pessimismo e di sbagliarci, non senza tuttavia auspicare, questa volta con un a piccola dose di ottimismo, per la parte che ci riguarda, un momento di responsabilità, che consenta di raggiungere la necessaria unità tra le forze liberali, che pure esistono e potrebbero avere molto consenso, per candidarsi ad un ruolo equilibratore e di saggezza, necessario al centro dello schieramento politico.

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