Una impertinente domanda si udì dal fondo, in alto, dell’aula universitaria dove stava concludendo la sua lezione sulla storia delle dottrine politiche.
“UN LIBERALE PUÒ ESSERE SOVRANISTA?” “Mannaggia”, pensò tra sé e sé il professore, che si stava preparando la valigia per uscire e che pure quel quesito si era posto più volte nel profondo intimo della propria coscienza senza rispondervi.
Lo aveva semplicemente messo da parte.
Ma lì, di fronte a 300 giovani studenti pendenti dalle sue labbra ed ansiosi di radiografare, sminuzzare, sezionare, masticare e inghiottire -digerendola, o rigettandola- la sua risposta, si rispose che “sì” era giunto il momento di costruirla e di darla a tutto l’emiciclo.
La prese alla larga, ricordando in premessa l’illuminismo positivistico di Herbert Spencer, il pensatore britannico del XIX secolo e la sua opera “The man versus the State”, un testo pubblicato a Londra nel 1884, che poneva grossomodo quello stesso quesito che ora un impertinente studente gli stava rivolgendo. Ricordò come l’incontro con Darwin, che il filosofo ebbe un quarto di secolo prima, contribuì non poco ad illuminargli un percorso ragionato che partiva proprio dalla prospettiva evolutiva della vita sociale e, attraverso una interpretazione organica della stessa società, approdava alla vera salvaguardia dei valori individuali. Che non avrebbero potuto essere compressi in alcun modo entro la prevalenza comunitaria, però facendovi pure alcune straordinarie eccezioni.
Perché nelle società che egli definiva come “doppiamente complesse” non esistendo più alcuna stretta coincidenza tra politica ed economia, l’interesse dell’individuo, pur da non comprimere totalmente, non avrebbe mai potuto prevalere su quello superiore di “patria”. In quanto il benessere dello Stato era il “tutto”. Contemporaneamente però -sempre secondo Spencer- quello stesso Stato avrebbe dovuto, in primis, tutelare la protezione del singolo che, a sua volta, avrebbe quindi incontrato solamente nella salvaguardia della complessiva sicurezza sociale la propria barriera insuperabile.
Ne derivava che il corretto “sovranismo” individuale avrebbe trovato proprio nello Stato lo snodo indispensabile per la propria libertà. “E fin qui ci siamo”, pensò tra sé e sé il docente, incontrando lo sguardo presente della tribuna che lo seguiva parola per parola. Ma tuttavia, intuendo che i giovani volevano andare più in là essendo sommersi dalla cronaca quotidiana, si spinse oltre.
“Ora che l’Europa è subentrata al sovranismo assoluto nazionale italiano, inspecie, o
-meglio- ad una parte di esso, che sta succedendo?”
Ricordando che l’istituzione comunitaria fu pur delegata dagli Stati di riservarsi solo una parte dei poteri per essi già sovrani: in modo particolare su quelli che presiedono alla ordinata vita degli elementi che sono nutrienti la moneta unica.
Quindi, “la materia migratoria esula troppo dalla preminenza di attenzione degli esecutivi comunitari…. Anche se essa è, purtuttavia, un tema drammatico nel tempo di oggi, in tutto il mondo”. Ne consegue che, in Europa, solo degli accordi tra Stati sovrani potrebbero sopperire a quella che è diventata una grande emergenza europea, con flussi di persone provenienti dall’Est, dai Balcani e dal Mediterraneo. Se ne desumerebbe che solo una accorta attività diplomatica tra gli Stati “sovrani” potrebbe fronteggiare una situazione esplosiva.
Per cui la risposta che diede è che “SÌ” un liberale può essere sovranista, ma non perdendo mai di vista la cura, la diplomazia e l’intesa, con gli altri condomíni europei.
Un convinto applauso accolse la risposta.

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