A quale genere letterario è riconducibile l’Elogio del Pensiero Libero di Luigi Mazzella? Il riferimento più immediato è il saggio, tenuto conto del sapere, della dottrina, della cultura storica e filosofica, di cui il testo si nutre a piene mani. Ma l’etichetta non regge, se appena si considera l’andamento narrativo del libro. Che è anche uno straordinario esempio di come la profondità e la severità dei contenuti possano alimentare una prosa scorrevole. O meglio piana, affabulante, carica di quelle annotazioni a margine, che fanno del lettore un imprevedibile complice.

Perché Luigi Mazzella è anzitutto un narratore, e per giunta di quelli che sanno affidare al “more fabularum” anche temi complessi e poco vicini agli interessi del lettore medio. Ed è qui che va ricercata – prima ancora che nell’appassionata indagine sul pensiero libero, dall’antica Grecia all’Umanesimo alla civiltà occidentale – la magia del libro. Quella felice “contaminatio”, che ti impedisce d’interrompere la lettura, perché ormai vuoi sapere a quali conclusioni approda l’autore.

Il tema risulta tutt’altro che facile da gestire, anche per quelle varianti ambigue e approssimate alle quali hanno fatto spesso ricorso studiosi e politici, ideologi e filosofi, in palese difficoltà. Così, l’andamento della ricerca si è fatto via via più intricato, specie quando si allontana dal principio di rappresentare il mondo come rivelazione dell’ordine divino.

E qui – con passaggi che hanno del miracoloso per chiarezza e concisione – scattano le due opposte facce del pensiero: quello umanistico, da Leonardo a Machiavelli, e quello della Controriforma, che ci spinge indietro fino a Dante e a Tommaso d’Aquino. Siamo all’affermazione di quel dogma che solo Dio può illuminare la mente dei saggi, e questo fatalmente si risolve nel riconoscimento della suprema autorità del Papa.

La lotta della Chiesa al pensiero libero non è nuova. Le accuse di Mazzella sono precise e documentate, a partire da quelle che ci rimandano allo scontro con i pagani. Ma il racconto – perché questo è l’andamento narrativo – si fa sempre più avvincente, quando l’autore risale ai filosofi greci, in particolare ai presocratici, per dimostrare come la loro speculazione puntasse a scoprire il mondo attraverso la verifica della realtà, indagata dopo lunga e attenta sperimentazione.

A cominciare dal rapporto fra pensiero e intelletto, ove il primo è una manifestazione impalpabile del secondo. In senso più stretto, siamo di fronte a una facoltà teoretica – propria dell’uomo – di pensare per pura speculazione. In cambio, il pensiero, in quanto espressione dell’intelletto, comprende la ragione, la logica, il raziocinio, la capacità di stabilire nessi fra gli eventi per poter esprimere opinioni e giudizi.

Ma il pensiero, per essere veramente libero, non può legarsi a dogmi o a verità assolute. In sintesi, quando il rapporto fra l’intelletto e le passioni (religiose, politiche, sociali) vede protagoniste queste ultime, il pensiero non è più libero e diventa via via schiavo dell’utopia irrazionale. Nasce di qui il fanatismo per quegli ideali e quelle ideologie, che hanno portato ai massacri firmati da Stalin e da Hitler.

Siamo all’esplosione di quei falsi valori in cui spesso l’uomo finisce per credere. Anche grazie al contributo della religione e della saggistica, che alimentano narrative capaci di coprire le loro tragiche scelte. L’obiettivo di un pensiero libero da condizionamenti ideologici, politici o religiosi, è ancora lontano. Ma ne consegue che il consacrato principio d’autorità non gode più di quel peso incondizionato che lo ha sorretto per millenni. Nessuno è più disposto a subire gli atti conseguenti. E il recente movimento delle Sardine ne è la prova più convincente.

E qui Mazzella ripercorre, con straordinaria capacità di analisi, il clima politico, sempre più confuso e urlato, che sta portando l’Europa verso la fine della democrazia. L’analisi del principio di autorità e la sua critica dà vita alle pagine più intense e partecipate di Mazzella. Dove il taglio critico cede di frequente il campo a un andamento passionale, nel quale confluiscono non solo gli ideali di libertà dello scrittore, ma lo spirito combattivo della sua formazione, fin dagli anni giovanili.

Mazzella individua fra le varie componenti che hanno dato vita al principio di libertà, le devianze e la corruzione della politica, spesso a braccetto con i falsi miti e le leggende della religione. Il tono è di quelli che non lasciano incertezze sulla costante pressione che le credenze religiose hanno esercitato sul pensiero libero.

E, in questo solco, l’autore trova conforto nelle pagine di Michel Onfray, che nel 2005 ha dato alle stampe il suo Trinité d’Archelogie: “Dio è morto? E’ da vedere. Una buona novella come questa avrebbe dovuto produrre effetti solari….. Dio infatti non è nè morto nè moribondo, contrariamente a quanto pensavano Nietzsche e Heine. Nè morto nè moribondo, perché non mortale. Una finzione non muore, un’illusione non trapassa mai, un racconto per bambini non si confuta…..”.

E’ evidente che la negazione di Dio non è uno scopo, ma un mezzo per arrivare a un pensiero post cristiano, finalmente libero da dogmi e verità non dimostrate. Così, l’indagine di Luigi Mazzella si allarga a Karlheinz Deschener (che scrive ben dieci volumi sulla Storia criminale del Cristianesimo) e a Catherine Nixey che firma laDistruzione Cristiana del mondo classico. Due testimonianze che denunciano in modo chiaro “quel che abbiamo perduto, quando il Cristianesimo ha vinto….”.

E’ il passaggio più intrigante per chi segue con appassionata partecipazione l’Introduzione di Mazzella. Il quale ricostruisce con meticolosa puntualità la lunga avventura che ha pesato sui destini del Pensiero Libero. E ancora una volta, i riferimenti, le citazioni, i punti nodali sono resi con quel linguaggio quasi parlato, che coinvolge chi legge, fino a farlo sentire al centro di una conversazione con l’autore. Intanto, la ricerca della Nixey ci porta a una precisa conclusione. La scomparsa della tolleranza nel mondo greco-romano anticipa la fine della libertà nei Paesi dell’Occidente. I Romani – e Polibio lo conferma – erano riluttanti verso qualunque forma di astrazione. Il legame con i Presocratici è evidente, così come con la cultura britannica, che seppe ben respingere – grazie anche alla consapevolezza e al carattere di Elisabetta I – ogni concessione alla Chiesa di Roma.

Ma le stagioni difficili e controverse continuano a segnare la storia del pensiero libero, anche in pieno Illuminismo. Mazzella non esita a denunciare come l’aggiunta della parola “libertà” a quelle di uguaglianza e fraternità, sia solo risultato “un’inutile, anche se furbesca e momentanea superfetazione”, immediatamente smentita dai fatti del Terrore. E su questo filone troveremo anche l’Idealismo di Hegel, nelle sue direttrici di destra e di sinistra.

Il Dio dei Cristiani continua intanto a colpire i suoi seguaci, in nome di un diritto a essere tutti uguali, sulla base del principio che condanna il benessere. Luigi Mazzella, nel 2010, ha scritto un libro, Le luci spente dell’Illuminismo, per dimostrare come le visioni di una filosofia tanto avanzata finiscano per risultare, in fondo, romantiche e idealistiche.

Così, ancora una volta, i riferimenti più rassicuranti per il pensiero libero vanno ricercati nell’antica Roma. Perché qui nasce quella sintetica espressione (“neminem ledere”) capace di compensare il diritto e la morale nella loro essenzialità. La matrice di un tale assunto è sempre il raziocinio, quella virtù del tutto estranea al mondo degli utopisti, eternamente scontenti del presente, ma incapaci di avanzare la più semplice proposta di cambiamento.

L’Introduzione (ma perché un nome tanto modesto per un’indagine tanto ricca e profonda?) si apre intanto a nuovi spazi. Il rapporto fra pensiero e arte, il nascere del dominio dell’uomo (Zeus che allontana Era dall’Olimpo) le relazioni fra i due sessi, l’accumulazione di beni privati, l’adulterio, l’omosessualità, sono solo i temi più avvincenti, visti con l’occhio del pensiero libero. Che si spoglia di volta in volta delle false credenze e del conforto di cui hanno goduto – grazie alla religione e agli ordinamenti politici – per approdare a una lettura imprevedibile, all’insegna di quella libertà di giudizio troppo a lungo trascurata.

La ricerca di ben oltre quattrocento pagine – che Avagliano ha dato alle stampe con grande cura – prosegue a partire dal pensiero liberale, che dall’originario spirito rinascimentale finisce sulle secche della politica (sociale, giuridica, economica) legata a Montesquieu, Locke, Hobbes, fino a Stuart Mill.

Perché Mazzella è fermamente convinto che il Liberalismo scatta con la Rivoluzione Francese, che significa la vittoria del Terzo Stato sulla Nobiltà e sul Clero. In tempi più vicini a noi, è maturato un Liberalismo legato alla sovranità nazionale, che comporta la tutela delle produzioni autoctone e l’imposizione di dazi. E’ questa, in fondo, la politica degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, che porta fino al controllo della libera emigrazione dei popoli. L’Europa continentale ha invece scelto una filosofia economica, direi monetaria, se si tiene conto del libero scambio delle merci e dei liberi flussi migratori.

E veniamo a Il Nero d’Italia nella spaccatura dell’Occidente, il capitolo che più ci coinvolge anche sul piano dei sentimenti. Perché su questa ricerca c’è un precedente studio di Mazzella (Il decennio nero degli italiani. Dal Porcellum al Rosatellum), più che mai critico nei confronti di un Parlamento delegittimato dalla Corte Costituzionale, ma ugualmente tenuto in vita, a tutto danno anche dell’immagine della Corte stessa. Non va dimenticato che Luigi Mazzella è un illustre costituzionalista, per cui scaturisce – conseguente e naturale – il severo esame cui viene sottoposta la nostra Carta. Sono pagine accattivanti, che inchiodano alla lettura anche chi ha poca dimestichezza con questi temi. Particolarmente acute, si rivelano, poi, le considerazioni sull’Ordine Giudiziale, che da noi, in effetti, risulta un potere.

E di qui il passo è breve per mettere a nudo i limiti storici del Consiglio Superiore della Magistratura, che Mazzella non esita a definire “un retaggio delle corporazioni fasciste”. Sono pagine di forte contenuto critico, ma anche di coraggiosi e preziosi suggerimenti.

Il libro (e devo dire che mai lettura è stata per me tanto avvincente e tormentata) si conclude con un accorato appello ai giovani, perché non rinuncino a quella libertà intellettuale alla quale Mazzella ha ispirato tutta la sua vita.
E concludo. Grato al mio autorevole amico per avermi offerto l’occasione di scoprire le controverse facce del pensiero libero.

Nino D’Antonio

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