Cerchiamo di provare a restare su di un piano razionale, se è appena possibile, trattando del coronavirus, considerando che la medicina è certo una scienza, ma forzatamente empirica, perché applicata a persone simili ma sempre diverse l’una dall’altra, mentre biologia molecolare e soprattutto statistica sono semplicemente scienze.  Proviamo allora (dico proviamo, non ho certezze) ad applicare un metodo, se non rigorosamente scientifico, almeno logico, al problema. Quali sono le cose da conoscere sul coronavirus, al di là dello studio della sua natura (e dunque della sua cura) che vede, con l’accordo generale, i laboratori di tutto il mondo impegnati a fondo? Essenzialmente quattro: la sua diffusione, la sua contagiosità, la sua morbilità e la sua mortalità. Il primo è il dato che ci manca, perché è da esso che dipende la valutazione della situazione e dell’evoluzione nel tempo degli altri tre.  E qui qualche cosa in più si poteva e doveva fare subito, ma si può fare anche adesso, sottoponendo ad uno screening a campionatura, ma abbastanza esteso da essere significativo, la popolazione considerata sana e cioè senza sintomi, perché è evidente che se il numero stimato di contagiati “sani” risultasse basso, il tasso di mortalità risulterebbe alto, mentre se il numero di contagiati sani (bassa morbilità) fosse molto elevato, allora il tasso di mortalità scenderebbe enormemente riducendosi quasi, con le dovute eccezioni, a concausa di morte per polmonite, sviluppatasi per l’indebolimento dovuto a gravi patologie pregresse, in persone molto anziane e malate. Non è un dato secondario, perché da esso, a mio modo di vedere, dipende la linea di condotta da tenere a livello di decisioni governative, inoltre, se i portatori sani risultassero ancora pochi, si può forse davvero sperare di arrestare (o almeno rallentare fino alla scoperta del vaccino o all’estate) la diffusione del virus con misure rigide, ma se invece fossero tanti, allora potrebbe risultare assai meno efficace la politica del contenimento e dovremmo invece concentrare maggiormente gli sforzi nella ricerca e nell’aumento rapido dei centri di terapia intensiva e nel reclutamento di medici e infermieri, anche tra pensionati e neolaureati.

Lo stesso problema del picco della malattia, che in Cina sembrerebbe superato (dico sembrerebbe, perché non stiamo parlando di un Paese ad informazione libera) è superato essenzialmente grazie alla violenta irreggimentazione governativa perché così sensibile al contatto interpersonale o perché, cercandolo solo nei malati, ha smesso naturalmente di palesarsi arrivato alle persone più robuste e asintomatiche, che potrebbero avere minore capacità di contagio?  In mancanza di una conoscenza sicura, oggi stiamo applicando, su una scala mai vista prima, il Principio di Precauzione, il che potrebbe essere ragionevole, ma lo stiamo applicando in maniera completamente asimmetrica e cioè prendendo fortemente in considerazione il rischio potenziale di una reale esplosività della pandemia e molto poco quello opposto di un crollo dell’economia. Come se l’economia non fosse anche salute. Invece, proprio in termini di vite umane, anche il numero di vittime indotte da una crisi economica prolungata potrebbe essere enorme, pure se disperso in mille casi apparentemente disconnessi. Se guardiamo gli altri Paesi a noi simili, per Costituzioni liberali, stato di diritto, sistema economico, almeno per ora, vediamo un arco di comportamenti che vede ad un estremo l’Italia e all’altro la Gran Bretagna, con in mezzo una serie di grandi Paesi con soluzioni intermedie, dalla Spagna più vicina a noi, agli Stati Uniti più vicini al Regno Unito. E questo non deve stupire, la non completa conoscenza dei dati del problema non porta a soluzioni univoche chiare per tutti, la scienza ci arriverà, ma ha bisogno del suo tempo ed è inutile tirare i virologi di qua e di là chiedendo loro delle risposte, che, allo stato, sono delle valide ma spesso differenti ipotesi di studio, bisognose di dati, sperimentazioni e misure per arrivare ad una risposta convincente per tutti, perché comprovata.  In realtà stiamo seguendo una via euristica e cioè, alla fin fine, applichiamo l’intuito, che però, oltre ad essere diverso da persona a persona (e da governante a governante) non dà certo una risposta sicura.  Ora però, sulla base di questa risposta insicura, stiamo sicuramente mettendo in pericolo le garanzie costituzionali di libertà personale e di democrazia, sottoponendo tutti i cittadini a una sorta di arresti domiciliari preventivi, decisi unicamente dal governo e anche senza voto di un Parlamento chiuso e sbarrato. Ora, siccome io non credo che i valori di democrazia e ancora prima di libertà personale, siano valori secondari che si possano sospendere con sconcertante facilità, interrompendo il lungo cammino fatto per arrivare al diritto (e non alla semplice concessione) di essere cittadini liberi e inoltre non credo che lo Stato possa farsi padrone delle nostre vite e per di più al di fuori di rigorose procedure costituzionali, non posso non interrogarmi sulla validità delle decisioni governative. E se allo scadere, il 24 di marzo, del decreto, il “buonsenso” o senso comune del governo (perché di questo, in assenza di certezze scientifiche si tratta) decidesse di prolungare il decreto, che facciamo restiamo ancora chiusi in casa? E per quanto?  Non ho la risposta e non la posso avere, l’avrò solo quando l’avremo tutti e cioè quando la scienza biomedica avrà affrontato, definito e avviato a soluzione, il nuovo problema, definendone bene, oltre alla natura, anche i confini e la gravità. Per il momento, con un riflesso di senso civico, faccio come quasi tutti, mi attengo alle nuove regole, ma senza rinunciare a chiedermi se sono davvero scientificamente giustificate e legittimamente prese e contestando un clima psicologico che altera il dibattito, dichiarando irresponsabili tutti coloro che manifestano dei dubbi. Non so che cosa avrei deciso con responsabilità di governo e probabilmente in possesso di maggiori informazioni di quelle di cui posso disporre, forse avrei fatto come loro o forse no, so però che il governo non è composto da personalità di antica tradizione e cultura liberal-democratica convinte che lo Stato debba avere dei limiti costituzionali alla sua azione e so anche che queste decisioni, giuste o sbagliate, corrette o esagerate, sono destinate a costituire un precedente potenzialmente assai pericoloso. Si è finto di considerare gravi le parole di Matteo Salvini sui pieni poteri, quando si riferiva semplicemente alla necessità di avere un governo omogeneo ed ora li vediamo invece rivendicati e presi davvero nel significato pieno del termine, dai suoi avversari. Perché in futuro, magari cavalcando un’ondata psicologica creata od amplificata ad arte, si potrà sempre ricorrere ad una decretazione urgente per sospendere le civili libertà, utilizzando questo precedente.  E allora, ricordando una celebre frase di Jefferson: “In materia di potere, smettiamola di credere alla buonafede degli uomini, ma mettiamoli in condizione di non nuocere con le catene della Costituzione”, faccio la seguente riflessione. Poiché non si può escludere che, oggi o domani, delle grandi catastrofi o pestilenze abbiano a realizzarsi, non si può vietare tassativamente che un governo possa decretare uno stato di emergenza con sospensione temporanea delle garanzie costituzionali, penso allora però che in tal caso la Costituzione dovrebbe prevedere che, ad emergenza finita, le camere erette in alta corte di giustizia, siano obbligatoriamente chiamate a giudicare se vi fosse davvero l’assoluta necessità ed urgenza di tale provvedimento, in mancanza di che i membri del governo siano chiamati a risponderne con adeguate e gravi sanzioni.   Attenzione, non sto dicendo che le decisioni di questo governo siano completamente ingiustificate e precipitose, non lo so (e credo che non ne abbiano la certezza neanche loro), mi sto preoccupando, che, in futuro, non si apra la strada a consuetudini totalitarie. Le Costituzioni non possono risolvere ogni problema, ma fanno scuola e giurisprudenza, insegnano il civismo e lo stato di diritto, perché lo stato democratico non può e non deve mai degenerare in uno stato etico.

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