La debole Unione Europea, caratterizzata da un aspetto ragionieristico e tecnocratico, sta mostrando tutti i suoi limiti politici sotto i colpi sferzanti del Covid-19. Il temibile virus che ha profondamente segnato Cina, Iran e Corea del Sud sta seminando panico e terrore anche nel placido e satollo Vecchio Continente a quanto pare impreparato a tanta inaudita violenza. Sta emergendo l’assenza di una gestione organica e capace di far prevalere un sentimento di solidarietà sovranazionale in un momento storico di grande difficoltà. Gli egoismi di alcuni, che hanno il vizio di volere a tutti i costi sembrare i primi della classe, pesa sull’equilibrio della tenuta politica generale. L’Italia è stata colpita per prima dall’epidemia mostrando una discreta capacità di reazione e fornendo anche agli altri partner utili suggerimenti in merito alle procedure e ai protocolli da adottare per contenerne l’espansione.

La difficile costruzione dell’Europa pare stia segnando un punto molto critico in cui, però, a prevalere sembrano continuare ad essere gli elementi contabili di impostazione teutonica e non una visione politica di più ampio respiro capace di guardare anche al Mediterraneo. All’orizzonte la necessità di ripensare in maniera costruttiva l’Ue al fine di rilanciarne l’azione. Pertanto chi occupa ruoli decisionali a Bruxelles e dintorni non può prescindere da questa banale considerazione figlia della triste realtà. L’Europa per sopravvivere a se stessa dovrà invertire la rotta sin qui seguita ricucendo innanzitutto un rapporto fiduciario con i suoi abitanti.

I Paesi europei usciranno con le ossa rotte da questa epidemia con conseguenze nefaste sia di natura economica che sociale. Sul campo di battaglia cadranno non solo tanti cittadini ma anche numerose piccole attività commerciali (negozi, pub, bar, ristoranti) vittima loro malgrado del prolungato, sebbene utile, coprifuoco da “zona rossa”. Da qui la necessità di consentire agli Stati membri un’inversione in tema di gestione dei loro bilanci con lo scopo di stimolare attraverso investimenti pubblici l’economia e il successivo benessere partendo dalla sanità e dalle opere infrastrutturali. Una strategia di politica economica elaborata lo scorso secolo dall’economista liberale John Maynard Keynes.

In sostanza al verificarsi di eventi eccezionali in cui la domanda interna si contrae sino a ridursi progressivamente ed in cui il sistema economico va in affanno è utile, oltre che giusto, che intervenga la mano pubblica con oculatezza e saggezza stabilendo in maniera chiara le priorità anche al fine di un riequilibrio territoriale. Una teoria che calza a pennello all’Italia in cui i continui tagli e le errate distribuzioni di risorse hanno evidentemente penalizzato una parte del Paese a vantaggio di un’altra. Alla luce di quanto sta accadendo è necessario ripensare i mdelli sino ad ora adottati spendendo di più e meglio nel Mezzogiorno che sconta in maniera lampanate la carenza dello Stato sui territori: strade, autostrade, ferrovie, ospedali, scuole. Opere che dovranno essere completate o realizzate per perequare il rappoto con il Nord riscrivendo finalmente una narrazione talvolta menzognera che da circa un ventennio viene spacciata a buon mercato.

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