C’è un liberalismo dal volto comunitario (non comunista)? Ovvero: quando il credo liberale può piegarsi, con il dovuto rispetto, a una logica sociale: che, in qualche modo, ostacoli il libero galoppo del capitale dentro praterie societarie pubbliche (che sono di tutti noi) ?
A pensarci bene, ci troviamo proprio oggi a dover porre una domanda che avremmo preferito non avere mai di fronte e che alcun pensatore filosofico e storico si è mai trovato a fronteggiare: forse perché quello che ci sta accadendo oggi ha un sapore fantascientifico.
Perché, di fronte a possibili incursioni piratesche della finanza “da Tortuga” (quella che spregiudicatamente non fa mistero di puntare sul virus, alla faccia di ogni moralità ed etica); ovvero delle incursioni speculative di un capitale “sporco” che emerge in tutta la sua fredda e tragica immoralità, l’essere un Partito significa dover prendere l’obbligo di attivare anche proporzionate contromisure.
È questo il motivo per cui ci dovrebbe trovare tutti d’accordo l’assecondare la decisione, presa dal Governo, di piazzare dei cannoni che sparano grossi obici a tutela delle aziende a capitale pubblico.
Di quelle realtà per cui tutti noi abbiamo viste impegnate per decenni le nostre tasse.
L’introduzione normativa della “golden share”, a in difesa di un certo numero di aziende, consente di far virare una importante parte di risorse pubbliche quali elementi di forte deterrenza verso la cosiddetta “finanza d’assalto”.
Per la tutela di un patrimonio pubblico di tutto rispetto: un pó obeso, come ebbi la occasione di testimoniare -da queste stesse pagine- non più tardi di qualche mese fa.
Vendere sì: ma non con l’acqua alla gola come accadrebbe oggi.
Anche per non rimetterci noi, contribuenti italiani, in quanto a valore.
Contemporaneamente alla difesa dei “gioielli di famiglia”, però, non sarebbe affatto male porre un altro punto fermo.
Vale a dire l’introduzione -nella Carta Costituzionale- di un concetto che significhi come sia impossibile, per la spesa pubblica (o statale, o regionale, si vedrà), il poter diminuire -sotto di una certa quota percentuale- il volume delle spese sanitarie stanziate, pena la non accettazione (o non vidimazione) del documento di Bilancio che si discosti da ciò.
Introdurre in Costituzione questo concetto sarebbe, a mio parere, il modo migliore per significare a tutti che abbiamo capito la lezione. C’è un liberalismo dal volto comunitario (non comunista)? Ovvero: quando il credo liberale può piegarsi, con il dovuto rispetto, a una logica sociale: che, in qualche modo, ostacoli il libero galoppo del capitale dentro praterie societarie pubbliche (che sono di tutti noi) ?
A pensarci bene, ci troviamo proprio oggi a dover porre una domanda che avremmo preferito non avere mai di fronte e che alcun pensatore filosofico e storico si è mai trovato a fronteggiare: forse perché quello che ci sta accadendo oggi ha un sapore fantascientifico.
Perché, di fronte a possibili incursioni piratesche della finanza “da Tortuga” (quella che spregiudicatamente non fa mistero di puntare sul virus, alla faccia di ogni moralità ed etica); ovvero delle incursioni speculative di un capitale “sporco” che emerge in tutta la sua fredda e tragica immoralità, l’essere un Partito significa dover prendere l’obbligo di attivare anche proporzionate contromisure.
È questo il motivo per cui ci dovrebbe trovare tutti d’accordo l’assecondare la decisione, presa dal Governo, di piazzare dei cannoni che sparano grossi obici a tutela delle aziende a capitale pubblico.
Di quelle realtà per cui tutti noi abbiamo viste impegnate per decenni le nostre tasse.
L’introduzione normativa della “golden share”, a in difesa di un certo numero di aziende, consente di far virare una importante parte di risorse pubbliche quali elementi di forte deterrenza verso la cosiddetta “finanza d’assalto”.
Per la tutela di un patrimonio pubblico di tutto rispetto: un pó obeso, come ebbi la occasione di testimoniare -da queste stesse pagine- non più tardi di qualche mese fa.
Vendere sì: ma non con l’acqua alla gola come accadrebbe oggi.
Anche per non rimetterci noi, contribuenti italiani, in quanto a valore.
Contemporaneamente alla difesa dei “gioielli di famiglia”, però, non sarebbe affatto male porre un altro punto fermo.
Vale a dire l’introduzione -nella Carta Costituzionale- di un concetto che significhi come sia impossibile, per la spesa pubblica (o statale, o regionale, si vedrà), il poter diminuire -sotto di una certa quota percentuale- il volume delle spese sanitarie stanziate, pena la non accettazione (o non vidimazione) del documento di Bilancio che si discosti da ciò.
Introdurre in Costituzione questo concetto sarebbe, a mio parere, il modo migliore per significare a tutti che abbiamo capito la lezione.

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