Santiago de Chile, settembre 1973. In seguito al golpe militare appoggiato dagli USA, che portò alla caduta del governo di Salvador Allende, tutti i ministri e i collaboratori più fedeli del Compañero Presidente vennero imprigionati nell’inospitale campo di concentramento di Dawson Island, nei pressi dello stretto di Magellano. Privati del nome, dell’identità, ma anche dei diritti e della dignità a suon di urla e percosse, los prisioneros, malgrado tutto, resistettero comunque alla cieca malvagità degli aguzzini pilotati dallo spietato Augusto Pinochet, sopravvivendo, più che vivendo, in condizioni estreme, e trovando alla fine l’(in)attesa liberazione, grazie alle innumerevoli pressioni delle Nazioni Unite, della Croce Rossa Internazionale e del senatore democratico statunitense Edward Moore “Ted” Kennedy.

Tratto dalle memorie scritte di uno dei protagonisti, il ministro delle miniere e consigliere economico di Allende Sergio Bitar, Isola 10 del cileno Miguel Littin conferma la vocazione politica del cinema sudamericano, ricalcando le orme dell’argentino Fernando Ezequiel Solanas, promotore, nei lontani e speranzosi anni ’60, della nascita di un “Terzo Cinema”, impegnato e rivoluzionario, capace di affermare la propria distanza dal cinema commerciale nordamericano e dal cinema d’autore europeo. Tuttavia, in Isola 10, c’è molto più che un messaggio meramente politico. C’è infatti, e prima di tutto, la volontà di raccontare una vicenda profondamente umana, nella quale un gruppo di individui rimane tristemente vittima del turbamento e del disorientamento causato dall’infrangersi del Proprio Sogno. Il sogno socialista della Unidad Popular di Allende, prima osteggiato da Nixon, attraverso il finanziamento dei partiti politici avversari durante le presidenziali, poi rovinato definitivamente dalla violenta ascesa del caudillo Pinochet, con il conseguente ed inesorabile inizio dell’incubo dittatoriale.

Nonostante qualche sbavatura di retorica, la prosa secca, asciutta, ma spesso affilata di Isola 10 colpisce, indignando e stimolando la riflessione, attraverso anche una notevole sensibilità per il racconto che ben si amalgama ai filmati d’archivio e alle ricostruzioni storiche di quella che è stata una delle dittature più sanguinarie.

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