di Giulio Bargellini

Nessuno era pronto. Nessuno avrebbe mai immaginato questi mesi di reclusione forzata nelle nostre case. Neppure gli infettivologi e gli altri scienziati.

 

Noi italiani, primi in Europa ad importare la pandemia, siamo stati la prova di quanto fosse terribile. In pochi hanno agito di conseguenza. Ricordo, a quarantena italiana già iniziata, la perplessità di vedere svolgersi regolarmente le elezioni comunali in Francia. Oppure lo stadio di Anfield (50 mila posti) gremito per gli ottavi di Champions League. O ancora le spiagge statunitensi affollate per lo Spring Break. Tutto come se nulla fosse.

 

Gli Stati che hanno agito in ritardo, hanno barattato qualche giorno in più di libertà con qualche mese in più di quarantena. Misero affare.

 

Mettendo da parte la legittimità della reclusione domiciliare, mi chiedo: è liberale utilizzare i sistemi di localizzazione per contrastare la diffusione del COVID-19?

 

Apple e Google hanno annunciato che lavoreranno insieme per sviluppare la tecnologia necessaria. Apple scrive sul suo sito web: “Poiché il contagio da COVID-19 può avvenire in caso di stretta prossimità con soggetti positivi, gli organi di sanità pubblica hanno stabilito che il tracciamento dei contatti (contact tracing) può rappresentare una valida misura per contenere la diffusione del virus… A sostegno dei loro sforzi, Apple e Google lanceranno una soluzione completa che include interfacce di programmazione app (API) e tecnologie a livello di sistema operativo per favorire l’attivazione del tracciamento dei contatti…  Privacy, trasparenza e consenso sono fattori fondamentali in questa iniziativa, e intendiamo sviluppare questa funzionalità consultandoci con le parti interessate”. Il messaggio è chiaro e l’azienda di Cupertino afferma che le parti interessate, cioè noi cittadini, verranno coinvolte e consultate.

 

Geloso della mia riservatezza, ho sempre settato con cura i dispositivi elettronici, limitando allo stretto necessario i dati ceduti (localizzazione, cronologie di ricerca, contatti). Nonostante questo, sarei pronto a rinunciare a parte della mia privacy nella speranza di limitare la diffusione del virus e tutelare il diritto alla salute, sino alla fine della pandemia.

 

Corea del Sud, Singapore e Israele si sono già affidate alla tecnologia, contenendo i contagi grazie ad applicazioni come “Corona 100 M” che permette agli utenti di localizzare i malati entro 100 metri o “Coronamap” che illustra le storie di viaggio personali ricostruendo la rete di contatti. Eccessivo è invece l’uso di tali strumenti per sorvegliare i cittadini che non rispettano le norme di quarantena. Come in Cina.

 

Molti storceranno il naso al pensiero di dover accantonare momentaneamente la propria privacy, ma penso che il fine giustifichi i mezzi.

John Rawls teorizzò i principi a cui dovrebbero conformarsi le istituzioni sociali per assicurare beneficio ai singoli e nello stesso tempo alla collettività. Da una “situazione originaria” contraddistinta da un “velo d’ignoranza” in merito al ruolo di  ciascun individuo, le persone basano il funzionamento delle istituzioni secondo due principi. Primo: ciascuno potrà godere della massima libertà nel rispetto di quella altrui. Secondo: le disuguaglianze saranno accettate solo se apporteranno vantaggi ai gruppi più svantaggiati.

 

Gli svantaggiati sono, nel nostro caso, gli ospedali, i medici, i malati, l’economia e la momentanea compressione della nostra libertà dovrebbe essere accettata.

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