Parla alla generazione nata dopo la caduta del muro di Berlino, quelli cresciuti “a pane e internet”, il presidente neo-eletto dei Giovani di Confindustria, Jacopo Morelli, nella relazione tenuta a S. Margherita Ligure la settimana scorsa, dal titolo “Giovani, guardare lontano per vedere oltre”.

Parla a quei 2,1 milioni di ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano.

Oppressi da regole del lavoro complesse e datate, da un welfare generazionalmente egoistico, da un sistema scolastico inadeguato, da una pubblica amministrazione invadente, da una fiscalità asfissiante. “Schiacciati da catene”.

“Giù le mani dal futuro dei giovani” questo lo slogan della battaglia che impegnerà Morelli nel suo periodo alla presidenza, non con le sole parole ma, per cominciare, con quattro proposte concrete messe nero su bianco, onde evitare di “sacrificare sull’altare dei diritti acquisiti quelli delle nuove generazioni”.

A partire dall’abbassamento delle tassi ai giovani, perchè “negli ultimi anni il salario reale di inserimento è sceso drammaticamente e a stipendi più bassi non hanno corrisposto carriere più rapide. La perdita di reddito è permanente e la disoccupazione giovanile è in crescita”, afferma Morelli citando i dati della Banca d’Italia, che stimano per i neo laureati tra i 25 e i 34 anni guadagni pari all’80% della retribuzione dei laureati nell’insieme, rispetto al 90% in media per i paesi Ocse e al 96% nel Regno Unito.

Ma il vero nocciolo è la questione pensioni: “Il sistema oggi è in equilibrio, ma al costo di contributi previdenziali troppo elevati e sulle spalle dei giovani […] innalzando rapidamente l’età di pensionamento verso i 70 anni si ridurrebbero gli oneri ai nuovi entranti”.

Anche su questo siamo indietro, dato che solo il 62% degli uomini tra i 55 e i 59 anni in Italia è ancora attivo nel mercato del lavoro,  rispetto al 78% della media Ocse, “un segno che gli incentivi al pensionamento sono ancora troppo alti”. Nella sua relazione, Morelli boccia il quoziente famigliare “perchè scoraggia il lavoro femminile”, bisogna invece puntare su aliquote più basse per le donne occupate, perchè un più alto tasso di occupazione è il pilastro su cui si basano “la coesione sociale e la sostenibilità del welfare”.

Terzo punto focale è l’abbattimento dell’Irap sulle start-up, le nuove imprese, obiettivo da raggiungere prima del 2013 e del federalismo fiscale, “per stimolare l’imprenditorialità giovane come scelta di vita”, ma anche perchè sono un’importante fonte di occupazione, come sottolinea uno studio della Fondazione Kaufmann, citato nella relazione, relativo alle start-up statunitensi, che creano in media 3 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno.

Infine, si parla di università e ricerca: bisogna abolire il valore legale dei titoli di studio, provvedimento “necessario per avere università in competizione fra loro e competitive nel mondo. Già Luigi Einaudi aveva spiegato che l’effetto del valore legale è quello di trarre in inganno i diplomati medesimi”. Prova ne sia, riferisce Morelli, che dei 3 milioni di studenti europei che spendono un anno di formazione all’estero solo l’1,7% viene in Italia: “i nostri cervelli smetteranno di fuggire solo quando riusciremo ad attrarre altri cervelli”

“È tempo di occuparci del futuro dell’Italia. Alziamo la voce sul nostro futuro, che è il futuro del Paese. Non ci arrendiamo e non ci rassegniamo […] dinanzi ad un Paese che non è un Paese per i giovani […] ma l’obiettivo è diventarlo”.

Non con una lotta tout-court alla gerontocrazia, ma con la sincronizzazione della Nazione alle esigenze di competitività e di meritocrazia che i giovani, ma anche la crescita economica, chiedono a gran voce. Insomma, come avrebbe detto il Verga, “Forza di giovane e consiglio di vecchio”.

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