Ancora una fumata nera per l’approvazione del decreto Rilancio. Si fa fatica ad accettare l’evoluzione della situazione perché non si capisce bene in quali mani siano le redini del governo della nazione. L’esecutivo prende (o perde?) tempo per le misure d’urgenza che sarebbero dovute essere adottate già da due mesi. Succede così che i governatori delle regioni minaccino di regolarsi ciascuno a modo proprio perché hanno in mano, chi per un verso chi per un altro, situazioni particolarmente scottanti. In Calabria ciò é già successo e, di conseguenza, si é innescato un contenzioso con Roma di cui, in questo momento, non si avvertiva assolutamente la mancanza. In effetti ciò che si temeva si sta avverando: l'”ombrello” Rilancio dovrebbe, negli intenti dei governanti, riparare tutti e tutto, anche situazioni che hanno poco a che fare con l’emergenza pandemia. Di conseguenza é molto concreto il pericolo che il già siccitoso fiume delle risorse disponibili possa disperdersi in mille rivoli. Ciò vanificherebbe gli sforzi nazionali ed europei rivolti specificamente a fronteggiare il disastro che sta emergendo post pandemia. Altra temibile ipotesi é quella che vorrebbe che buona parte delle risorse venissero trasferite a fondo perduto. Il pericolo di sforamenti o deviazioni conseguenti una politica di tal fatta non tarderebbe a dare i suoi frutti avvelenati: dal turbamento dei normali equilibri della concorrenza allo sconvolgimento delle voci di costo della produzione e così continuando. Il volume di mezzi finanziari più ampio, quindi la magna pars delle risorse occorrenti per il riavvio dell’economia del paese, deve essere prevista sotto forma di prestiti a tasso zero o quasi e di durata molto lunga. In tal modo, con le quote che rientreranno all’ente concernente il finanziamento alle naturali scadenze, sarà possibile concederne altri. L’ipotesi potrebbe essere supportata dalla creazione di fondi sovrani. Sono essi soggetti finanziari nei quali possono confluire volontariamente risparmi privati oltre che versamenti di enti pubblici. Il loro funzionamento si concreta con l’investimento delle disponibilità gestite in attività redditizie. Un esempio per tutti in Europa é quello della Norvegia dove, dopo l’inizio delle perforazioni petrolifere nel mare del Nord, ne fu creato uno che oggi é tra i più importanti del continente. L’Italia ha un altro tipo di giacimento da sfruttare: il risparmio privato, tra i più cospicui della UE. Basterebbe far confluire in un fondo sovrano solo l’1% del suo totale per permettere allo stesso di operare efficacemente. Sottoscrivere cioè partecipazioni azionarie o di acquistare obbligazioni di aziende valide bisognose di essere capitalizzate. Sarebbe una formula diversa dall’intervento statale che  non stravolgerebbe l’organizzazione originaria dell’azienda oggetto dell’intervento.

Ancora una volta, facendo un bel sogno, se svegliati all’improvviso, si resta delusi. Nel caso in oggetto esistono varie barriere che rendono difficile la realizzazione di progetti del genere. Il risparmio italiano è, nella maggior parte dei casi, depositato alle Poste e gestito bene dalla Cassa Depositi e Prestiti. Difficilmente il risparmiatore medio sarebbe disponibile a cambiar strada.

Solo una buona dose di fiducia potrebbe fargli prendere in considerazione una differenziazione della collocazione dei suoi accantonamenti. Tale fiducia dovrebbe essere profusa dall’alto, cioè dal governo. Sono i suoi comportamenti, da qualche tempo a questa parte, tali da ispirare quel sentimento? La domanda é retorica.

Intanto la sabbia della clessidra sta finendo di scendere e non é previsto un altro giro della sua ampolla di vetro.

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