Dovremmo metabolizzare, prima di tutto, un semplice concetto: l’Italia è una grande potenza economica mondiale.
Che sia -più o meno- “in crescita, o in calo”, non riguarda il ragionamento che svolgeremo di seguito.
Il nostro Paese ha, poi, nelle esportazioni uno dei suoi maggiori punti di forza.
Quindi è una potenza economica globale e, come tale, sarebbe consigliabile non siglasse assi preferenziali con chicchessia: ché, sennò, verrebbe fatta a mille pezzi, subito dai propri “consanguinei”, francesi e tedeschi.
Fin qui pensiamo sia chiaro il concetto. Perché queste sono le regole della economia concorrenziale e di mercato.
Ecco spiegato il motivo per cui l’Italia non è consigliabile venga del tutto compressa economicamente all’interno di un qualsiasi recinto.
Anche perché non si può mancare di evidenziare come ci sia la presenza, nella stessa nostra “famiglia” UE, di due forti realtà operative concorrenti: Francia e Germania.
Ragion per cui nostro Paese, temendo -con non pochi elementi di verità- di essere sempre fatto fuori, non si è mai fatto “intrappolare” da stucchevoli logiche familiari (??)…. (se così si può dire).
Perché, ad esempio, quando le due potenze concorrenti, escludendo l’Italia dal Trattato di Aquisgrana, programmarono la costruzione del nuovo bombardiere europeo di sesta generazione, l’industria aeronautica italiana (che fu esclusa pur avendo un grande mercato e una eccellente esperienza mondiale), prontamente e giustamente, reagì: siglando una intesa -a fine 2019- con Londra, per… far decollare l’aereo “Tempest”.
Vogliamo affermare, con questi esempi pratici, come, negli affari, solo a parole si parli di comunità, poi nei fatti…
Per cui, per noi, la posizione “border-line” è un orgoglio nazionale, di cui non privarsi.
Per nessuna ragione.
Un altro discorso è quello inerente il troppo elevato livello di debito pubblico che ci ostiniamo a voler tenere: poiché esso, alla fin fine, appresenta un condizionamento troppo condizionante le nostre scelte politiche, qualora ci fosse un minimo di capacità di farle.     D’altro canto, però, non dobbiamo pensare di poter tirare troppo la corda.
Perché la nostra presenza,  nella CE, è comunque necessaria, per più motivi: a partire da quello (e parliamo ai più scettici) di non venir colti di sorpresa da fatti imprevisti e imprevedibili, più grandi di noi, come sta già accadendo.
In secondo luogo, poi, per non consentire alle due superpotenze sopra citate di poter fare il bello e il brutto tempo nel Vecchio Continente.
Anche perché lungo le fasce costiere dell’Africa, per esempio, noi e i cugini francesi abbiamo interessi economici completamente opposti e concorrenziali anche in quanto a regimi vigenti.
Con i tedeschi, infine, noi avremmo pure siglato una intesa per sollecitare un rapporto di libero scambio commerciale  tra Europa e USA, ma la Francia si pone ancora di traverso: avendo già raggiunto delle intese con la Cina nel campo nucleare e pure in quello spaziale.   Ben sapendo che gli USA si stanno riposizionando, a loro volta, in netta distonia e contrapposizione con quel paese asiatico.
Vogliamo dire cioè che la UE non ha mai avuto una posizione comune quando si tratta di affari (che poi sono opportunità di lavoro e di interessi per cittadini e imprese). Neppure su importanti piattaforme logistiche.
Così, seppure siamo tutti sotto di un unico tetto familiare e sediamo anche attorno allo stesso tavolo, al di sotto di esso gli amati “fratelli” non hanno mai smesso di affilare i propri coltelli.
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