Con questa riflessione “Rivoluzione Liberale” vorrebbe rimettere la cronologia degli accadimenti nel giusto ordine temporale, economico, politico e informativo, in riferimento alla Unione Europea: perché ci pare che taluni nostri libri di storia (come, talvolta, sono usi fare) abbiano diffuso un pó di foschia, di nebbia, nelle menti della nostra pubblica opinione.Innanzitutto una vera e propria  “leggenda metropolitana”, secondo cui l’Europa fu una intuixione (non ci è ancora dato di sapere il come ed il perchè) comune, ad opera dell’italiano  De Gasperi, del francese Schuman e del tedesco Adenauer.
No, cari lettori, non andò proprio precisamente così, anche se pure quei tre statisti furono i firmatari (con altri) di quel primo documento su cui si convenne di agire.
Ma l’intuizione iniziale per avviare il grande mercato unico continentale originó nella mente del Presidente di quella che divenne la Comunità del carbone e dell’acciaio (persona assai ascoltata dal Presidente degli USA Roosevelt), il francese Jean Monnet: che predispose la bozza che fu ufficializzata, il 9 maggio 1950, dal Ministro degli Esteri francese, Robert Schuman.
Era, quello, il progetto che voleva riportare l’isolata Germania all’interno di una logica maggiormente solidale con gli altri popoli europei.
Fece perno, Shuman, sull’italiano Alcide De Gasperi -esponente di una nazione che pure non era andata fino in fondo nella impresa bellica-, che non si tirò affatto indietro nella opera di mediazione con i tedeschi.
Quindi andrebbe rimossa, prima di tutto, una grande approssimazione storica: quella che l’istituzione europea venne pensata da tre nazioni, aventi una pari dignità.
No: in Europa solo l’Inghilterra prevalse nella II^guerra mondiale, mentre gli altri vennero sconfitti, sia pur con diverse graduazioni di reale intensità.  Perché solo gli inglesi immolarono  loro vite e pure misero a disposizione le basi logistiche decisive per sconfiggere Hitler.
La Francia, poi, non solo divenne la terra di sbarco europeo delle truppe anglo-americane, ma fu anche l’unico Paese che venne autorizzato a detenere forza nucleare per usi bellici.
Ne consegue che proprio i cugini d’oltralpe sono il Paese con più carte in regola degli altri due. Per cui spettó alla Francia il compito di gettare il primo seme europeo, che fruttificó con altre 5 nazioni (Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi).
Ne consegue che quelle due realtà (Francia e Germania), che negli ultimi due secoli del millennio trascorso sono state il “tizzone ardente” d’Europa, di fatto abbiano acceso pure il pulsante della Unione: anche come  forza industriale.
Tutto ciò premesso, va soggiunto  il fatto che -non a caso- le sedi maggiormente rappresentative della Istituzione europea abbiano allocato a Nord il proprio baricentro operativo.   E che -nell’ordine- le francesi e le tedesche siano le realtà che più nutrono e si rifocillanno di provvidenze europee.
Ad immediato ridosso di esse c’è l’Italia, secondo la scala gerarchica. Tutto questo non solo è vero, ma è consequenziale.
Anche perché il nostro Paese svolse egregiamente i suoi compiti: di raccordo e mediazione, nonché di “padrone di casa” in occasione della firma dei Trattati di Roma, che diedero avvio concreto di quell’insieme economico che fu la CEE (abolizione dei dazi doganali tra i Paesi e istituzione di una tariffa doganale comune).
Compito impegnativi, questi ultimi, che furono svolti – allora- da quella grande figura di liberale che fu Gaetano Martino, che partecipò alla sottoscrizione di molti momenti pratici di reale consolidamento di quel patto che venne siglato principalmente tra la Francia, la Germania e l’Italia nel 1954.
Proprio Francia, Germania e Italia -questo l’esatto peso politico che ci fu- sono ancora rimasti i tre soci principali che hanno preso posto nel podio UE e pure in quanto a utilizzazione dei vari Fondi che si sono attivati sino ad oggi. Fin qui la storia.
Dall’inizio degli anni ’90 dello scorso millennio, tuttavia, l’industria manufatturiera tedesca ha iniziato a decentrare momenti non secondari delle proprie produzioni finali in alcuni Paesi orientali: segnatamente in Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Consolidando e rafforzando, così, l’asse privilegiato che già  deteneva con i Paesi Bassi e con l’Austria.
Ciò fa pendere verso il Nord-Est la reale operatività della bilancia europea.
Dall’altra parte, l’Italia -che pure avrebbe tutte le potenzialità per poterlo fare- si guarda bene dall’appesantire il piatto mediterraneo: perché ha un elemento di grande debolezza intrinseca, assai conosciuto e -quindi- sfruttato dagli altri: un eccessivo debito pubblico.Che finirebbe per farci combattere ogni duello decisivo con le braccia legate dietro la schiena.
Non ci è dato di comprendere se questo stato di cose cambierà -né se ne saranno  compresi l’attualità e il motivo-, anche perché l’Italia (come abbiamo spiegato su queste stesse pagine di recente) non avrebbe proprio alcun interesse a sbilanciarsi da una parte, o di là. Non avendo oggi, neppure a disposizione del personale politico con una levatura tale da poterci far prevalere in una contesa che potrebbe essere letale: ragion per cui la dormiente neutralità è lo stato da cui la nostra politica estera non si muove.
La Francia, infine, si bea tropo della propria “grandeur”: quindi la reale economia europea non potrà che essere data in futuro con i tempi e le regole tedesche.
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