Se si volesse ricercare storicamente l’essenza della politica, bisognerebbe
muovere dalla evidente constatazione che essa equivale alla storia del
potere. Inizialmente si trattava dell’autorità da esercitare su una famiglia a su
una piccola tribù. Successivamente, la necessità di spazi più ampi e di gruppi
più numerosi, portò allo scontro tra popoli confinanti con il predominio di
quello più forte, nelle cui mani si concentrava il potere. Così nacquero gli
antichi regni, che assunsero a volte tale estensione da divenire imperi. Non vi
erano altre motivazioni alla guerra ed al dominio, se non la superiorità di una
etnia o tribù sulle altre ed il sempre maggiore bisogno di espansione
territoriale. Non era necessario invocare principi o credenze di ordine
superiore a quelle che derivavano dalla forza. Si chiedeva l’aiuto degli dei con
svariati riti e sacrifici, ma non si combatteva in loro nome. Tale caratteristica
ebbero l’impero Assiro babilonese, quello di Faraoni d’Egitto, il vasto territorio
delle conquiste di Alessandro Magno, l’impero Romano, ed altrettanto
potrebbe dirsi per gli altri imperi di un Oriente quasi ignorato dalla storiografia
occidentale, perché nell’antichità ininfluente sulla medesima. La prima
eccezione all’antica regola venne dalla Grecia, madre della filosofia, dove
cominciò a porsi la domanda su dove risiedesse il potere e se e quale finalità
esso potesse e dovesse avere. Le scuole di pensiero si divisero da una parte
tra un filone pragmatico, che si riconosceva nei presocratici, negli empiristi,
negli atomisti, filone nel tempo confluito poi nel pensiero degli epicurei, e
dall’altra in una tendenza che si sforzava di assegnare una finalità superiore
alla funzione politica di stampo teocratico o metafisico, che si identificò
parzialmente in Aristotele, ma principalmente nel pensiero di Platone,
destinato ad aver fortuna e seguaci a lungo nel tempo e fino si giorni nostri.
Socrate volle dare con il proprio sacrificio, pur potendo evitare la condanna a
morte, la risposta più forte agli ateniesi ed all’allievo che si era contrapposto
al suo percorso intellettuale. L’apogeo della concezione della politica come
forza fu l’impero romano, che abbatteva i nemici con le proprie armate
invincibili, sconfiggendo persino Cartagine e, di volta in volta, le popolazioni
barbariche ai propri confini verso il Nord est ed il Nord Ovest, conquistandone
i territori. Roma introdusse tuttavia, accanto alla forza, un elemento
rivoluzionario, che fu l’invenzione del diritto, con la non secondaria distinzione
tra lo Jus del civis romanus e quello che venne chiamato lo jus gentium. Il
potere, prima dalla res publica e dopo dall’impero, veniva corroborato quindi
dal diritto, che regolava il modo di dispiegarsi del potere, giungendo fino a
creare, prima l’edictum tralaticium e dopo, un corpus juris civilis, un insieme
di leggi, che, a fianco del potere statale e della sua forza, regolava la vita
civile del cittadino romano, non più soltanto suddito, ma titolare di diritti nel
campo civile, tutelati dalla legge. Roma inoltre seppe elaborare, in direzione
di un obiettivo di concretezza, l’influenza di quella cultura filosofica, che
aveva condannato la Grecia, dove era nata, alla irrilevanza politica per la
frammentazione del potere tra le tante piccole polis, che non poterono mai
avere la forza sufficiente a creare un Regno o un impero. Reinterpretata da
Roma, la filosofia consentì di avviare una strada in cui al potere imperiale,

che sostanzialmente s’imponeva con la forza delle legioni, si affiancava il
diritto, come tutela e difesa del cittadino, sostanzialmente la sua libertà,
intesa secondo i canoni del tempo, inaugurando quindi la modernità.
L’inquinamento di concezioni religiose provenienti dal Medio Oriente,
coniugate con il pensiero platonico, portò non solo all’indebolimento
dell’Impero romano, attraverso l’accettazione di un cristianesimo
palesemente distruttore alla radice del presupposto di forza su cui poggiava
l’Impero, ma capitolando definitivamente, dopo il tentativo disperato di
Costantino, alcuni secoli dopo, di far convivere l’Impero col cristianesimo.
Una contraddizione che portò alla distruzione ed alla fine di quella
concezione fondata sull’autorità e sulla forza di Roma, che si era affermata
nel corso di quasi un millennio. Da questo disfacimento derivò il disordine
delle invasioni barbariche, la costituzione di Regni nazionali nel Continente
europeo ed il riconoscimento di un potere papale di derivazione divina, oltre
che temporale su un proprio territorio, principalmente fondato sull’autorità
morale di poter legittimare Re ed Imperatori, che si definivano tali per diritto
divino ed investitura del rappresentante di dio sulla terra, quindi lo stesso
Papa. La storia fece un grande passo indietro, non soltanto nell’aver attribuito
ai sovrani un potere di origine divina, ma principalmente quello della relativa
notificazione notarile al Papa, riportando i popoli, dopo le conquiste del diritto
romano, verso la formazione di stati assoluti in cui i cittadini vennero
declassati al rango di semplici sudditi, servi della gleba. Dovettero passare
molti secoli tra contrasti, guerre e scismi, anche importanti, come quelli del
periodo della Riforma, nel tentativo di far recuperare il terreno perduto e
riaffermare il ruolo del singolo. Tali fermenti rappresentarono senz’altro un
passo determinante, ma tuttavia non decisivo, per avviare il cambiamento
culturale successivo, lasciando molto indietro i Paesi dove la stessa Riforma
non era riuscita a passare o era stata stroncata dalla Controriforma. Il veicolo
culturale che definitivamente mise in marcia il processo di modernizzatore fu
l’illuminismo, sia Britannico, iniziato circa un secolo prima e più pragmatico di
Locke, Hume, fino a Stuart Mill molto più tardi e quello francese di Voltaire,
Toqueville, Montesquieu, anche se poi declinati in modo molto diverso, ma
sempre agitati da violenti episodi rivoluzionari. Le rivolte contro l’assolutismo
iniziarono con quella inglese di Oliviero Cromwell, per poi esplodere nelle
sanguinosissima rivoluzione francese, con la successiva fase oscura del
giacobinismo e del terrore e nella rivoluzione democratica Americana.
L’Italia, divisa e sotto varie dominazioni, rimase isolata ed impermeabile alle
nuove idee, tranne qualche sporadico circolo intellettuale, come quello di
Cesare Beccaria a Milano. Venne versato molto sangue e sovente furono
perpetrate atroci ingiustizie, principalmente nella fase della Comune di
Parigi, durante la quale molti degli stessi promotori della rivoluzione finirono
sotto la lama del boia, ma questo fu il prezzo altissimo pagato per dar vita
definitivamente alla modernità, con l’affermazione del principio della
separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Inoltre si andò
avviando un lungo processo che portò alla graduale trasformazione del

potere regio, prima, per diritto divino, poi congiunto alla volontà della nazione,
per giungere infine al riconoscimento che compete esclusivamente alla
volontà popolare di legittimare dinastie regnanti, oppure scegliere la forma
repubblicana, o persino cambiare tra tali regimi, ma ribadendo sempre il
solenne riconoscimento della sovranità popolare. Da quel momento nel
mondo occidentale non si parlò più di un potere per derivazione divina e
nacquero via via le democrazie moderne, regolate da Carte Costituzionali,
anzi le teocrazie o le dittature, che, tornando, avevano insanguinato la prima
metà del novecento, vennero ripudiate, ancorché il loro riflesso ha finito col
rimanere sempre in agguato. Le varie forze politiche da allora cominciarono a
contendersi il potere sulla base delle loro rispettive visioni, sovente di
carattere ideologico o anche fideistico, dando vita a movimenti cristiani,
socialisti, conservatori e, nel tempo più recente, ecologisti, mentre il pensiero
liberale, inteso come metodo, si pose sempre come obiettivo il
perseguimento della libertà ed il predominio della ragione. Le società che ne
derivarono, si chiamarono pertanto Democrazie liberali. Tale traguardo,
raggiunto a costo di guerre sanguinose, di lotte e di difficili conquiste della
civiltà e del progresso, sembrava essere l’approdo definitivo, almeno della
civiltà occidentale, dove quel pensiero si era imposto e ne venne confermato
il primato dal crollo dell’esperienza del socialismo reale dell’URSS.
Invece si va palesando sempre più chiaramente che non è così. Il liberalismo
si fonda sui valori del costituzionalismo, inteso come perno fondamentale di
ogni società, ma, soggetto, come ogni espressione del pensiero umano, alla
usura del tempo e quindi anche a processi di revisione, sia pure con speciali
procedure. La democrazia, altro elemento essenziale, ma non esaustivo, del
liberalismo, va intesa come metodo di partecipazione attraverso il suffragio
universale, mentre talvolta, se non coniugata con la libertà, ha prodotto le
peggiori dittature della storia, sulla base della suggestione di pericolosi
demagoghi, che hanno trasformato il voto democratico in plebiscito. Il
liberismo infine è un ulteriore tratto rilevante della concezione liberale della
economia di mercato, senza tuttavia tornare all’egoismo del laissez faire,
caratteristico di ogni forma di barbarico conservatorismo egoista,
inaccettabile per una società moderna. La supremazia dello Stato di diritto e
la moderna concezione economica del liberalismo, inteso come economia
sociale di mercato, garantiscono un perenne equilibrio, anche nei periodi di
congiuntura negativa o di difficoltà per eventi drammatici.
Oggi, stiamo assistendo invece nel mondo intero ad una forma di regressione
che tende a cancellare le grandi conquiste dell’Illuminismo ed a produrre
nuovi autoritarismi, che vanno da quello più brutale della Cina comunista, a
quello di stampo militare e burocratico della Russia, a quello neoottomano di
Erdogan, alle tante tirannie, che caratterizzano i regimi di Al Sisi in Egitto, di
Bolsonaro e Maduro in Sud America, fino a quelli in Europa di Yaroslav
Caczynski in Polonia o di Viktor Orban in Ungheria, ma fino al Trumpismo
nella stessa patria della democrazia liberale, gli USA. Tale dilagante,
pericolosa tendenza trova riscontro in molteplici inclinazioni autoritarie

italiane di segno diverso, declinate in forma di neo comunismo dai Cinque
Stelle o in nuovo autoritarismo di destra, che sempre ritornano nel nostro
Paese e che si identificano nelle leadership personali di Salvini e della
Meloni.
Quello a cui oggi assistiamo nel mondo è che che la democrazia tende a
scadere facilmente nel populismo plebiscitario, mettendo in pericolo la stessa
libertà ed esponendo ad un grande rischio le democrazie liberali occidentali.

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