L’Italia, riconosciuta dalla unione europea come “paese maggiormente colpito”, aveva bisogno di un segnale forte e quel segnale, seppur perfettibile, è indubbiamente arrivato.

La proposta della Presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen, sulla scia degli accordi Macron-Merkel, prevede un Recovery Fund pari a 500 miliardi di euro a fondo perduto più 250 miliardi di euro di prestiti. Per alimentare questo piano sarà la stessa Commissione UE ad emettere un bond o titoli di debito, pertanto de facto sarà l’ente Europa ad indebitarsi e non i singoli paesi, un cambio di rotta radicale rispetto allo storico diniego dei paesi del Nord Europa (manifestato anche negli ultimi giorni).

All’Italia spetterebbero circa 82 miliardi di finanziamenti a fondo perduto (che a dire il vero sono un poco meno della nostra quota del MES pari al 17,9%) e circa 91 miliardi di prestiti a tasso agevolato (ben il 36,5% dell’intero pacchetto).

Il piano va nella giusta direzione ma ci sono alcuni fattori di criticità.

Il primo sono le tempistiche: il piano prevede che questi aiuti vadano spalmati fra il 2021 e il 2027. Se queste tempistiche fossero confermate nella applicazione, i fondi arriverebbero con un anno di ritardo e inciderebbero per una quota annuale troppo bassa (circa 25 miliardi all’anno per l’Italia, molto meno per atri paesi). La montagna, lanciata con tutta la sua enfasi, rischierebbe di partorire poco più di un topolino.

Il secondo fattore critico è che tali fondi, un po’ sulla falsa riga del nuovo MES (oggi per scopi sanitari), sono concessi per scopi ben precisi, finalizzati a progetti concordati fra singolo paese e Commissione UE. Se da una parte sono sollevato nel pensare che questi aiuti andranno a finanziare efficienza e produzione, senza perdersi nei mille rivoli di assistenzialismo tipici dei provvedimenti giallo-rossi, dall’altra ci troveremo sotto una nuova forma di monitoraggio e controllo del nostro operato.

Altro fattore di possibile criticità è legato all’importo complessivo del Recovery Fund; molte stime mostravano come fosse necessario prevedere per l’Europa almeno 2.000 miliardi di interventi. Ma se il quantitative easing della BCE sopperirà a questa differenza, continuando a iniettare liquidità senza essere bloccato dalla corte costituzionale tedesca, la somma dei diversi interventi è senza dubbio adeguata alle necessità europee. Anzi mi augurerei, come ho proposto più volte, che il prossimo passo sia che la BCE compri almeno parte dei titoli di debito UE per il Recovery Fund, sia per calmierare i tassi sia per lanciare ai mercati un segnale: cari signori, possiamo fare da soli.

Quanto ha contribuito il governo italiano a questa svolta? La mia opinione è che lo abbia fatto in modo molto marginale, ne è placida metafora la riunione fra Macron e Merkel (di cui il governo non era neanche informato) che avviene pochi giorni dopo che il premier Conte, circondato dai suoi ministri, proclamava che tutta Europa stava guardando ai provvedimenti italiani come esempio (forse per capire come sia possibile stanziare una liquidità di 400 miliardi e farne arrivare a un paese affamato dopo due mesi solo 13). Ma nel mondo moderno anche la chiacchera vanesia e fatta a vanvera, se va nella giusta direzione, può dare un contributo alla causa.

E’ indubbio che il lancio di questo Recovery Fund avvenga per un motivo ben preciso: la Germania ha compreso che nel nuovo mondo, più in crisi più chiuso e più aggressivo, le occorre avere un forte e solido mercato europeo alle spalle – che oltretutto digerisca parte del suo surplus commerciale – con un patto di ferro con la Francia. Ci piacerebbe vedere l’Italia più protagonista ovviamente, ma in tempo di crisi ci dobbiamo accontentare e sperare che questi fondi stanziati vengano usati in modo efficace.

Il fattore tempo è determinante. La macchina europea ha le sue tempistiche farraginose e purtroppo l’attuale governo ha già dimostrato di non saper evitare ritardi burocratici nell’invio degli aiuti.

E’ necessario cogliere il momento per adottare un cambio di passo. Forse anche un cambio di governo.

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2 COMMENTI

  1. Un cambio di passo sicuramente, che potrebbe passare per un cambio di governo, se quello attuale non è ritenuto valido. Occorre, prioritariamente, un governo monocolore in grado di “progettare” e adottare un sistema sganciato dalla vecchia moneta e basato sul “credito valoriale” della persona e dello Stato italiano.
    Le coalizioni di partiti dediti soltanto alla disputa reciproca non portano da nessuna parte.
    In sintesi occorrono nuove elezioni confidando in una affermazione di “AZIONE”.
    Altrimenti ci aspetta un periodo triste e buio.

  2. Per l’intanto occorre attuare urgentemente il “CREDITO VALORIALE DI STATO” avulso dal sistema monetario tradizionale a debito, lento e soggetto alle pastoie della burocrazia italiana.Di che si tratta? Un pò di fantasia!
    La vecchia finanza non è in grado di risolvere da sola una pandemia economica. Soltanto la forza propulsiva energetica diretta e individuale della persona, sarà in grado di risolvere ogni problema.Occorrono progetti operativi, le sole parole impastate di proclami politici non possono più sostenere la situazione.
    Non è più possibile aspettare, altrimenti il Paese muore di inedia.
    I primi ad andarsene saranno i poveri, poi seguiranno i ricchi. Covid 19 insegna! Sarà un miracolo se pochi ne usciranno indenne. Pensiamoci.

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