Dopo Anselm Kiefer, Richard Serra e Christian Boltanski la monografia Monumenta, dedicata da quattro anni a questa parte ad un grande artista del nostro tempo, ospita nella consueta sede del Grand Palais lo scultore ed architetto indiano Anish Kapoor, giunto a Parigi per stupire tutti con la sua nuova ed impressionante opera: il “Leviathan” .

Sulle orme del pensiero politico del filosofo inglese Thomas Hobbes, Kapoor realizza il suo travolgente mostro mitologico confermando il suo eclettismo, a metà tra Art Nouveau, per l’uso massiccio di ferro e vetro, e post-modernismo spinto all’estremo, per la struttura in PVC, volutamente di color viola scuro melanzana per contrastare, senza ingombrare, i grandi fasci di luce provenienti dalla verrière del Grand Palais. La capacità infatti di adattarsi all’imponente vetrata del museo parigino,  sede in passato di innumerevoli eventi cardine del ‘900 come il terzo Salon d’Automne da cui prese avvio il Fauvismo, é sorprendente. Il “Leviathan” kapooriano sfiora, accarezza e quasi bacia il Grand Palais, estendendosi in ogni sua ala per un totale di 35 metri per 13.500 metri cubi, “come – a detta dell’artista – un singolo oggetto, una singola forma, un singolo colore”, plasmato con il desiderio di creare “un’esperienza contemplativa e poetica”. L’interazione con l’opera d’arte diventa in seguito totale e inebriante quando si entra in contatto con la profondità dei suoi interni, composti da curve sinuose e aggraziate e da strutture alveolari quasi disorientanti, venendo letteralmente inondati da un rosso denso e profondo che coinvolge, ma allo stesso tempo estrania, lasciando lo spettatore in un’atmosfera semi-sospesa.

Per chi avesse la possibilità e la fortuna di trovarsi anche solo per un giorno nella capitale francese, visitare il Grand Palais è quasi d’obbligo.

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