Una riflessione approfondita sulla ragione di un  degrado, così  profondo, della classe  dirigente italiana dev’essere necessariamente fatta.

Il tema della formazione culturale dei cittadini è di rilevanza fondamentale per la vita di una Nazione.

C’è chi ritiene che l’analisi del disastro dell’istruzione debba iniziare dall’esame della norma della Costituzione sulla scuola.

Nel secondo dopoguerra mondiale l’insegnamento, dopo molti secoli di confessionalità strisciante, è stato consegnato, per così dire “ufficialmente” dall’articolo 33 della nostra Carta fondamentale ai preti e agli speculatori privati che si sono affiancati paritariamente alla scuola pubblica.

Sono stati istituiti dei veri e propri “diplomifici” a pagamento (prima solo “parificati” e poi dal ministro comunista Luigi Berlinguer dichiarati “paritari”) che hanno prodotto, nell’immediato,  il “mitico” ’68 (con il suo diciotto politico e altre pericolose amenità) e poi la catastrofe culturale che è sotto i nostri occhi (e purtroppo del mondo).

L’effetto devastante è stato naturalmente progressivo.

La diseducazione culturale, operata dalle scuole parificate italiane, religiose e private, aveva fatto sì che i giovani, in quegli anni turbolenti,  rivendicassero il potere sulla società per gli ignoranti (definiti eufemisticamente “immaginifici e fantasiosi”).

In quegli anni, si ponevano indirettamente le basi perché anche la scuola pubblica passasse da un inquinamento parziale (pochi docenti  ignoranti) a uno totale (o quasi) di insegnanti incapaci.

In altre parole, chi aveva voluto una scuola quale era stata delineata dall’articolo 33 della Costituzione e chi l’aveva peggiorata con un’improvvida riforma sulla “parità” aveva generato una situazione culturale dove l’egemonia cattolica e la speculazione di titolari senza scrupoli di “diplomifici a gogò” premiavano la “ciucaggine”.

Quel “work in progress” ha dato, oggi, i suoi frutti più drammatici.

Il “largo” fatto dai magistrati in politica (per avere spaventato con avvisi di garanzia a gogòi professionisti più seri del Paese) ha consentito alle “mediocrità nazionali” di precaria cultura di giungere al Governo del Paese o, comunque, in  Parlamento, e di ostentare in Patria e all’Estero madornali strafalcioni grammaticali, sintattici o culturali.

Paradossalmente, quegli stessi “miracolati” dell’articolo 33 della Costituzione (e delle leggi successive) hanno blaterato (e blaterano)  di decadimento della scuola, parlando, con termini reboanti, di vero “disastro”.

Al livello accademico (sceso anch’esso ai minimi storici) v’è stato chi ha rispolverato vecchie tesi, come quella di John Henry Newman, e discettato di un “utilitarismo educativo” che avrebbe avuto la meglio e preso il sopravvento sulla cultura “generalistica”.

Per contrastare l’idea che i giovani debbano studiare unicamente per imparare un’attività lavorativa  o un mestiere, si sono levate molte voci urlanti nel deserto, affermandosi che  la stragrande maggioranza dei più noti professionisti italiani aveva studiato sempre e solo per la finalità da Newman condannata.

Si è rilevato che spesso all’eccellente conoscenza tecnica del proprio lavoro si associa un’abissale mancanza di cultura generale (che, poi, sarebbe l’unica che rende gli individui veramente migliori).

Qualche altro notista o sociologo ha lanciato grida disperate sullo smantellamento della scuola pubblica, incolpando  gli Esecutivi (succedutisi nel dopoguerra) di scarsa attenzione per l’istruzione e, soprattutto, dell’insufficienza dei finanziamenti, restando sulla superficie del tema e senza mai spingersi a chiedere le motivazioni  s ottostanti “anche a tanta incuria”.

V’è stato chi, politicizzando il problema, ha accusato le forze politiche gauchisteche, dal “Sessantotto” in poi, avrebbero combattuto la selettività  in nome di un’ideologia dell’uguaglianza (rectius:dell’appiattimento) anche culturale e chi  ha parlato di “svolta dannosa” e di “allontanamento dell’istruzione dal suo significato costituzionale”, senza analizzare le norme costituzionali che sarebbero state violate.

La confusione ha imperato a lungo e tuttora domina la scena. Nessuno ha mai avuto il coraggio di affermare che la radice del male dell’istruzione nel Bel Paese risaliva al buio e all’oscurantismo religioso di ben duemila anni, non riscattato nè  dagli anni del Clerico-Fascismo (e del Regno Sabaudo) e ancor meno dagli anni della Catto-Comunista Repubblica Italiana.

In particolare è stato un tabù riconoscere che l’atto fondativo della Repubblica (che, non senza sfrontatezza, qualcuno osava definire “Costituzione liberale”) aveva rappresentato la fine definitiva della ancorchè rachitica e malferma cultura libera e laica italiana.

La nostra Carta fondamentale era stata, d’altronde,  il  frutto di un’intesa solida e invincibile, perché in apicibus, v’era stata una concordanza d’intenti russo-americana e  più in basso si era registrata un’intesa catto-comunista.

E ciò, con l’accettazione più o meno silente delle sparute forze laiche presenti in Assemblea Costituente, sostanzialmente abbandonate da una Gran Bretagna che da liberale era divenuta laburista con la vittoria di Clement Attlee e la sua elezione a Premier  del Paese,in luogo di Winston Churchill.

Porre tutte le premesse per la distruzione della scuola pubblica italiana, all’articolo 33 della Costituzione, era stato un mustcui  la stragrande maggioranza dei Costituenti aveva ritenuto di non potersi sottrarre.

Era difficile, se non impossibile, evitarlo e senza l’uso della logica era difficile anche rendersi conto del camuffamento “ideologico” della norma costituzionale.

L’abilità maggiore, in sede Costituente, del nostro Legislatore, (costituito prevalentemente da cattolici e comunisti) è stata quella di nascondere gli interessi concreti che si volevano effettivamente tutelare sotto una coltre di parole astratte il cui significato letterale riusciva a  rimandare la mente del lettore ad altro.

La norma, infatti, dopo avere aulicamente sancito che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento, stabilisce che Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Chi avrebbe potuto affermare che la disposizione, nella concatenazione dei termimi usati per formularla, non rispondesse a un’idea di libertà e fosse espressione del più puro liberalismo formativo?  Nessuno e anche oggi sono solo “pochi” a sostenere il contrario.

Il veleno, infatti, era soltanto nella coda, laddove lo stesso articolo prevede pure che il legislatore ordinario, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurarne la piena libertà e sancire “l’equipollenza del trattamento scolastico privato a quello degli alunni di scuole statali”.

Con il finanziamento a carico dello Stato, disposto dal disegno di legge del Ministro comunista Luigi Berlinguer, la formulazione astratta di un principio di libertà, nel calarsi in una realtà sostanzialmente confessionale al di là dell’apparenza, ha prodotto il monstrumdei “diplomifici” gestiti da ordini religiosi e, per le briciole, da speculatori civili con il pelo sullo stomaco.

Quelle norme hanno dato luogo alla nascita e alla crescita nel “Bel Paese” di un numero considerevole di  “scuole” private, la cui pubblicità, nei manifesti scritti a caratteri cubitali e affissi sulle mura cittadine,  recitava (e recita), parola più, parola meno:“Tutti promossi a fine anno” “Bocciato? Recupera l’anno perduto!”

Qualcuno, finalmente, comincia a chiedersi se quelle scuole parificate, religiose o civili, non abbiano fatto  un grande “male” alla collettività dei cittadini, esplicando un’attività, in buona sostanza, contraria alla cultura, alla morale, alla giustizia, all’onestà.

La risposta ecclesiastica era prevedibile e scontata: come è possibile  immaginare che la Chiesa cattolica  cui è affidata la gestione del numero più cospicuo di scuole parificate possa mai pensare di fare del “male”?

Era giocoforza  ritenere, a questo punto, che anche  l’attività scolastica esercitata dai privati civili avesse la stessa natura e connotazione “benefica”.

C’è, ovviamente, anche  chi sostiene, in contrario, che i “diplomifici” realizzino lucrosi guadagni, istituendo una sorta di “tassa sugli asini”. In altre parole, si fanno pagare cifre illecite per dare titoli di studio a chi non li merita.

La verità è che l’operato della Chiesa, in questo settore, di fronte  all’imposizione da parte della Bibbia ai propri fedeli di non mangiare i pomi dell’albero della conoscenza e quindi di restare ignoranti a vita, rispetta pienamente gli insegnamenti delle sacre scritture che ritengono la “ciucaggine” un viatico sicuro per guadagnarsi il Paradiso.

Sotto tale profilo, utilizzato certamente come paradosso, anche i gestori privati di scuole parificate fortemente credenti, dando diplomi fasulli agli incolti, aiutano la Chiesa a mantenere i fedeli nell’ignoranza e fanno opera meritoria per essi (ai fini dell’al di là) e non malefica se stessi (nell’al di quà).

Naturalmente il pensiero laico va in direzione opposta.

Quei “ciuchi” e chi li diploma a suon di quattrini  fanno sicuramente del male ai loro simili, creando una società di analfabeti incapaci di esercitare degnamente, anche solo livello medio, mestieri e professioni.

In conseguenza, la Chiesa cattolica con i suoi istituti religiosi parificati, aiutati per giunta, con mille espedienti, da uno Stato governato da uomini politici, per così dire  “vicini alle sacrestie”, avrebbe gravissime responsabilità per il degrado attuale della vita pubblica del Bel Paese. E insieme a essa, gli operatori economici privati che si dedicano a favorire la realizzazione dello stesso obiettivo.

Un tale discorso, sino a quando le nuove generazioni non sposeranno l’idea di avere un pensiero libero, cadrà nel vuoto più assoluto. Il livello culturale degli Italiani  degraderà ulteriormente in tutti i settori di attività della Nazione.

I giovani dotati di capacità intellettive superiori alla media prenderanno la strada degli studi all’estero. In Italia resteranno “gli scarti”.

 

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