Ormai sono 6 mesi che la Banca Popolare di Bari è stata commissariata. Una squadra di 5 esperti: 2 commissari per l’amministrazione e controllo; 3 per il comitato di sorveglianza il cui compito è quello di valutare la situazione aziendale, predisporre la capitalizzazione della Popolare, avviare i negoziati con eventuali acquirenti.

 

Tuttavia, delle presunte perdite patrimoniali e, dunque, dello stato generale della Banca Popolare di Bari, nulla è trapelato; nulla gli azionisti sanno.

Nulla sul livello delle sofferenze, nulla sulla situazione debitoria, nulla sulla situazione creditizia, nulla sulle dimensioni degli impieghi: cioè a dire, nulla sullo stato patrimoniale; nulla sul futuro della Banca; nulla sul futuro degli azionisti e del loro attivo; nulla sul futuro dei dipendenti.

 

Si sa solo, perché corre voce, che:

 

  • Sussisterebbe una crisi patrimoniale (non meglio identificata);
  • Sarebbe sufficiente circa € 1-2 mld per risolverla;
  • Il volume degli impieghi (prestiti al mercato) si assesterebbe a circa € 12-13 mld.

 

Ben poca cosa, in termini informativi, per una Banca – con oltre 70.000 azionisti, oltre 350 filiali distribuite in 13 Regioni, circa 3.300 dipendenti – commissariata da ben 6 mesi con 5 esperti.

Una cosa si capisce, però: con € 1-2 mld, si acquisirebbe una Banca con € 12-13 mld di impieghi che ritorneranno indietro, nel tempo: un affare appetitoso.

 

Le domande che qualsiasi sprovveduto si pone sono:

 

  • come è possibile progettare o proporre un qualunque piano di intervento strategico senza conoscere i dati di base?
  • Come si fa a valutare eventuali proposte di intervento senza conoscere le attività (crediti, immobili, azioni, obbligazioni, valore dell’avviamento, opere d’arte etc.) e le passività della Banca?
  • Come mai si può sostenere che per rilevare la Banca sia sufficiente una iniezione di € 1-2 mld?
  • Come si può chiedere un voto agli azionisti, convocando l’Assemblea dei soci, senza fornire loro alcun elemento di valutazione?

 

Per disporre di un quadro d’insieme, facciamo un passo indietro, in due punti:

  1. La legge n.33 del 24 marzo 2015 impone che le Banche Popolari, con attivo superiore agli € 8 Mld, debbano essere trasformate in S.p.A.

I fautori del modello S.p.A. sostengono che, se la Banca è a rischio di acquisizione, allora gli amministratori cureranno molto meglio l’efficienza contrastando, così, eventuali scalate, dato che una Banca inefficiente è debole, costa poco ed è, pertanto, appetibile.

Ma avviene che, basta diffondere mediaticamente la notizia che la Banca è in crisi ed ha quindi bisogno di un intervento d’efficientamento, per indebolirla artificialmente, abbassare il suo prezzo di acquisto, spaventare gli azionisti e inglobarla presentandosi, addirittura, come salvatore del risparmio sociale.

Il passo propedeutico è la trasformazione in S.p.A.

 

Qui viene in mente la “Operazione Banco di Napoli”, commissariato, per crisi patrimoniale; si è scoperto, in seguito, che il Banco di Napoli non “aveva i numeri” per fallire.

Qualcuno però ne ha beneficiato parecchio.

  1. Inglobare una Banca Popolare in uno Istituto più grande, più strutturato e, quindi, più burocratizzato, fa perdere in un colpo solo la missione “Popolare” che è quella di sostenere le piccole attività̀ produttive della propria area di insediamento; quella di affermarsi come “affiancamento” al cliente costruendo una offerta finanziaria di qualità adatta alle tipicità territoriali.

Infatti, una Popolare favorisce uno sviluppo basato su una fitta rete di piccole iniziative imprenditoriali, generalmente nate dalla classe artigiana e spesso organizzate in distretti industriali, prevalentemente specializzate nelle produzioni di industria leggera e a basso contenuto di capitale e tecnologia.

Queste fanno affidamento esclusivo su finanziamenti bancari e sul reddito generato all’interno dell’azienda; a differenza delle grandi aziende che possono rivolgersi al mercato finanziario.

 

Da qui, si capisce come le banche popolari costituiscano uno dei fattori critici di crescita e sviluppo della “economia reale”.

Questo è proprio il caso delle PMI (93% del tessuto produttivo del Paese) specialmente nei Territori del Sud d’Italia; ma non solo.

Se ne deduce che, qualunque siano le proposte di salvataggio, si dovrebbe escludere, a priori, ogni piano che preveda inglobare la BPB in Banche di grandi dimensioni; e meno che mai, Statalizzare (inglobare nello Stato) assolutamente contraria ad ogni prospettiva liberale di sviluppo.

L’effetto sarebbe disastroso: burocrazia e “spoils system”.

 

Il fatto che, ad oggi, nulla si sappia sulla reale situazione della BPB e che, intanto, sia stato diffuso un Piano industriale 2020 – 2024, fa pensare che i giochi siano stati già fatti.

Infatti, appare ancora più nebuloso il contenuto dell’odierno comunicato stampa della attuale gestione commissariale della BPB; comunicato stampa che risulta del tutto indecifrabile.

 

La soluzione è, chiaramene, solo una.

 

Mobilitare il risparmio privato, rafforzare la peculiarità di “Popolare” per la BPB, consolidare gli attivi privati, puntare su un management selezionato e non “mandato”.

 

Come mai, ad esempio, gli imprenditori pugliesi, e ce ne sono di “ben attrezzati”, non si attivano per evitare che la BPB diventi un soggetto burocratico, visto che la cifra di € 1-2 mld è, tutto sommato modesta e che è diffuso il ragionevole dubbio che lo stato generale della Banca non sia così disastroso come appare dai media?

Il tema è sempre lo stesso: c’è bisogno di informazioni che, stranamente, latitano.

Eppure, molti sono interessati perché la BPB rimanga e si rafforzi nel SUD.

Ad esempio, le Regioni del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria) hanno già dichiarato la loro disponibilità a contribuire al costo degli sportelli della BPB nei loro territori di competenza, proprio perché la Banca Popolare svolge un ruolo, oltre che finanziario, anche sociale; ruolo che una grande Banca non può ricoprire.

 

Il Piano Industriale propone, invece e curiosamente, di chiudere gli sportelli proprio nelle aree ricche e promettenti del Paese, senza pensare che la semplice e usuale revisione delle architetture organizzative e un’offerta rinnovata e competitiva, da Banca Popolare, sarebbe sufficiente a generare reddito.

Se leggiamo il piano Industriale 2020 – 2024 ci rendiamo conto che, al di là di una generica analisi; al di là di enunciati validi in ogni contesto d’impresa; al di là dell’uso di termini rigorosamente anglofoni; ebbene: nulla di nuovo emerge.

 

Non emerge quali siano le strategie da perseguire perché la Banca diventi un “Banca del Territorio”; quali i lineamenti d’offerta per traguardare la “clientela core” indicata come Persone Fisiche, Piccoli Operatori Economici, PMI; quali debbano essere i punti di forza da esprimere e quali i punti di debolezza da evitare; su che cosa basare la crescita della qualità.

 

In altri termini, non c’è un accenno su come “affiancare” il cliente-tipo, nelle sue dinamiche esistenziali, che sono ben diverse da quel di una grande impresa.

 

Nella Banca Popolare noi ritroviamo la Economia Reale con i suoi caratteristici fattori di sviluppo: ma tutto tace nel Piano Industriale; forse perché i redattori, usi al tranquillo navigare del transatlantico che li ospita, non sanno cosa significhi navigare con un gommone nell’oceano.

 

In giro, nei media, c’è molta nebbia artificiale per nascondere il vero pericolo di perdere una Banca per il Sud e quello di asciugare gli attivi degli attuali azionisti.

 

Antonio Vox

Partito Liberale Italiano

Commissario Regionale per la Puglia

Presidente del Consiglio Nazionale

438

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here