Il rapporto debito/PIL italiano ha pure avuto -in altri tempi- delle poderose impennate: registrate, solitamente, nei tempi di guerra. Quando la Monarchia doveva nutrire un “finto” apparato militare di grande potenza (che l’Italia non fu mai), mentre il resto della nazione era abitato, in larga misura, da povere persone, inframezzate da qualche ricco nobile (molti al Sud, ma pure al Nord).
Compiendo un piccolo salto storico, di qualche lustro, nella I^Repubblica democratica -segnatamente nel 1964-, il dato di premessa si attestava tranquillo su di un valore del 33%. Perché il divisore percentuale del debito è il Prodotto Interno Lordo: vale a dire quanto il Paese in concreto produce, misurato dall’ISTAT. Conseguentemente (prendiamo a riferimento il periodo del cd.”boom economico”), quando il livello di produzione è elevato (denominatore), il valore ad esso rapportato, nel numeratore, a parità di debito, produce risultati percentuali minimi. E viceversa. L’avvenuto “capovolgimento” prospettico -in corso da decenni-, dal lato dei “virtuosi” a quello dei “monellacci”, è avvenuto per il combinato/disposto di un livello debitorio in stile “giapponese”, con un livello di crescita produttiva di fatto esangue da anni e anni. Questo accadimento può essere ben configurato come “asintomatico”.
Fatto sta che -nel 2018- il disastroso peggioramento è giunto a un livello tale che la febbre causata si è attestata a un valore di “134,8%” (dato dai tanti 2.380 miliardi di debito, contro i 1.765 di PIL).
Siamo pronti per l’inevitabile (se la matematica non è una opinione), drastico, peggioramento futuro?
La situazione non è possibile che possa migliorare con questa pandemia.
Tant’è che Moody’s ipotizza un valore di “155,7%”, con… 2.600 mld di debito.
Debito che, a detta del Tesoro, sarebbe pur sempre…. “sostenibile”… !!!
A questo punto la domanda da porsi è la seguente (come accadde per la Grecia): chi ha interesse a tenere in vita il moribondo debitore?Principalmente il… creditore, of course!
Infatti, nel 2015, la Grecia dovette svendere per la classica “pipa di tabacco” ben 14 dei suoi Porti: molto più produttivi, in una prospettiva economica di crescita a lungo termine, del possedimento della pura… “roba”. L’Italia, da buon pokerista mediterraneo, si giocherà fino in fondo le sue fiches debitorie, ma quello che Rivoluzione Liberale teme è che questo sia il tavolo da gioco dove dei “dilettanti allo sbaraglio”… come lo sono quelli che ci governano.. se la possano “fare addosso” , scoprendo il bluff che, da almeno 40 anni, teniamo in piedi. A meno che essi non siano lesti a stimolare una nuova politica UE in forza della difficile esperienza dolorosamente attraversata ora, per riparametrare l’Unione su di un altro modello rispetto a quello sino a ora praticato:  che ha relegato ogni impegno sociale e sanitario (in senso più esteso “previdenziale”) dietro la lavagna.
Così i “primi della classe” -quando il maestro UE dava priorità ai freddi conti pubblici- finirebbero per passare dietro: ora che, per fortuna, si comincia a concepire il valore della spesa “sociale” (naturalmente al netto di sprechi e di malcostume).
Comunque il nostro Paese -speriamo che gli “Stati Generali” lo certifichino in Premessa, ma ne dubitiamo visti i pochi convocati- non avrà alcun futuro se non riuscirà a svincolarsi, alleggerendo lo stesso in senso liberale, dal pesante fardello di socialismo economico che tuttora lo pervade: con una asfissiante presenza dello Stato in tutti i livelli interstiziali della nostra economia.
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