La crisi finanziaria del dopo Lehman Brothers ha prodotto un’evidente virata nel dibattito economico internazionale. La discussione si è spostata dagli interrogativi sulla possibilità che il PIL cinese potesse superare quello americano alla presa d’atto che tale avvenimento si verificherà certamente (resta da chiedersi quando).

La Repubblica Popolare Cinese però non sta giocando ad armi pari la sua partita. Gli atti di concorrenza sleale riguardano non soltanto il basso costo del lavoro, ma sopratutto il valore della valuta nazionale. Negli ultimi trent’anni, infatti, il Dragone ha visto crescere la propria economia al ritmo notevole del 10% medio annuo. La sostenibilità di questa crescita è stata garantita dalle esportazioni, la cui competitività è ascrivibile alla sistematica svalutazione della moneta. Basti pensare che il tasso di cambio è passato da 1,50 renminbi per dollaro nel 1980 fino al minimo storico di 8,64 nel 1994.

Oggi per “comprare” un dollaro statunitense occorrono circa 6,81 renminbi, valore che secondo i calcoli basati sulla teoria della purchaising power parity (la quale afferma che i livelli generali dei prezzi di due paesi non possono differire se convertiti nella stessa valuta), è fortemente sottovalutato. Il renminbi è dunque tenuto basso rispetto al dollaro in maniera artificiale, rendendo sensibilmente più competitivo il costo dei prodotti cinesi negli States. Ciò comporta una distorsione nel mercato, ossia uno “sbilanciamento” nel saldo tra il valore delle importazioni e quello delle esportazioni di merci fra i due paesi.

Tutto questo si traduce in continui attivi nella bilancia commerciale cinese che hanno portato il paese ad accumulare le più ingenti riserve valutarie del pianeta in termini di valore. Il meccanismo descritto aiuta a comprendere perché Pechino detenga la maggiore porzione del debito pubblico USA.

La Cina ormai non è solo la «fabbrica del mondo», ma si appresta a diventarne anche la banca.

Tuttavia, a Washington non stanno certo a guardare e per difendersi hanno adottato la politica del “benign neglect”, lasciando che il loro enorme deficit commerciale si traduca in un logico deprezzamento del biglietto verde. Con le monete dei paesi emergenti asiatici legati al dollaro e con il Giappone che interviene sui mercati dei cambi per contrastare l’apprezzamento dello yen, il dollaro può solo deprezzarsi rispetto all’euro, la sterlina e le monete delle altre nazioni con tassi di cambio flessibili. Ecco, quindi, che l’Europa si trova a sostenere l’onere maggiore del riequilibrio della bilancia commerciale americana. Infatti, assumendo che il renminbi sia sottovalutato rispetto al dollaro del 40% e che quest’ultimo sia a sua volta sottovalutato del 10-20% nei confronti della moneta unica, ne consegue che l’euro è fortemente sopravvalutato sulla valuta cinese. In altre parole, le imprese europee si trovano a dover “pagare” un ingente dazio sulle proprie esportazioni in Cina pari al 50-60% circa.

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1 COMMENTO

  1. Il problema è che la Cina tiene svalutata la sua moneta acquisendo debito pubblico americano, in questo modo la solvibilità americana è legata senza dubbio agli investimenti cinesi. Una rivalutazione dello Yuan comporterebbe una progressiva diversificazione di riserve cinesi ed in questo scenario gli Usa si troverebbero ad affrontare un debito sempre più spropositato, con investimenti sempre più carenti. La situazione cinese è complessa, la repubblica popolare ha accumulato un grande surplus commerciale che si è tradotto in una forte spinta inflattiva. La Cina ha incentivato poco il mercato interno, a vantaggio di esportazioni a prezzi stracciati, in questo modo la crescita del Pil è solo una facciata di una crescita economica cinese che, a mio modo di vedere, si dovrebbe tramutare in un cambiamento sociale e culturale anche all’interno della nazione.

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