Parliamo di tasse e imposte.
Ognuno di noi fa parte di una comunità e dovrebbe partecipare (se è buon cittadino) al pagamento -ripartito- delle spese che essa affronta per erogare a tutti noi dei servizi: che, in base a certi criteri, sono proporzionalmente ripartiti.
Ogni membro di una società civile, quindi, partecipa ai benefici sociali: non già per ciò che paga, ma per quanto viene richiesto dalla vita dignitosa per tutti.
Che, appunto, é proporzionato alla sua capacità contributiva.
Lo Stato, quindi, é una associazione non di capitali, ma di persone in vista di un bene comune. Fin qui la teoria.
Poi, in pratica, ci sono state (e ci sono) pure tutta una serie di regole scritte male, di malversazioni e di corruzioni nella gestione del patrimonio pubblico, ma non è di ciò che si occupa questa riflessione: anche se la tentazione di frodare, aggirare o evadere il fisco potrebbe essere più che psicologicamente comprensibile.
L’imposta infatti è, per il privato, una spesa priva di qualsiasi forma di corrispettivo in via immediatamente visibile e lo spirito di critica -piú che arguto in Italia che altrove- offre sempre facili giustificazioni e scuse a ogni frode, che viene legata -talvolta- pure a opinioni e risentimenti politici.
Mentre, solitamente, molta la gente si “limita” a giustificare l’evasione come sia un fenomeno dovuto alle imperfezioni del sistema fiscale: per cui finisce per essere portato diretto più che della immoralità del contribuente, delle imperfezioni che quella pratica consente (quasi fosse titolo di merito, una sorta di medaglia conquistata).
Insomma, è quasi sempre un misto di vanità ed orgoglio quello che incentiva a evadere o eludere il fisco.
Per cui, oggi, ogni vera riforma fiscale esigerebbe non solamente la limpida moralizzazione del sistema, ma anche una seria opera di educazione Civica del contribuente.
I funzionari dello Stato dovrebbero poi evitare il sistema delle troppo semplici moltiplicazioni di parametri con una qualche macchina elettronica e dare avvio, invece, un più faticoso processo di educazione -a partire dalle scuole elemetari- civica: anche facendo capire fino in fondo quanto diventi importante l’opera di reciproco controllo.
Che non è spiare, bensì collaborare per l’interesse di tutti.
Perché la vera riforma, dal lato morale, dovrebbe essere quella di ispirare tutto il nostro sistema fiscale verso la giustizia distributiva.
Le imposte eccessive sono il peggior incentivo alla frode fiscale ma, a monte, va creato un rapporto di biunivoca fiducia tra il contribuente e il fisco, teso a spezzare la spirale della slealtà e della singola “pseudo furberia”.
Anche per quanto riguarda l’imposizione indiretta (quella che colpisce i prodotti e i consumi), confondendosi all’interno del prezzo del prodotto acquistato, il processo riformatore va avviato -in chiave europea-, non traducendo lo stesso in un semplice concetto di sola Iva più o meno alta, di uno “zerovirgola” di qua o di là.
Per questo è da considerare fallimentare il “brain storm” di Villa Pamphilii, ovvero la sua troppo semplice traduzione ad opera del Presidente Conte.
Attendiamo il dibattito parlamentare….

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