Le promesse fonti di finanziamento europee, su cui si sta accendendo un inatteso scontro tra chi vorrebbe accedervi a ogni costo, anche negativo (seppure i progetti pur già cantierabili incontrino le usuali fastidiose difficoltà burocratiche a decollare, ma essi sono pur sempre in genere la premessa per qualsivoglia forma di prestito) e chi, invece, li rifiuta “a prescindere”, di fatto considerando questo nostro Paese un già defunto del tutto autosufficiente a permanere nel “nulla” (posti gli encefalogrammi progettuale e politico piatti), meritano una qualche riflessione più profonda.
Intanto partiamo col dire che questo Stato, di stampo quasi “comunista” (da molto tempo, quantomeno dalla fine del momento  centrista degasperiano), con tentacoli e propaggini che sono incuneati quasi ovunque nel campo produttivo, non di rado ha finito per produrre beni strumentali o di consumo che sono stati anche in diretta concorrenza con le imprese private.
Di fatto svolgendo una opera altamente squilibrante le regole economiche del libero mercato: con molte sofferenze, anche occupazionali, direttamente traslate sul mercato privato.
Le imprese pubbliche, infatti, quasi sempre hanno posto le perdite annuali d’esercizio a carico – indiretto- del contribuente, dello Stato: di fatto svincolando l’esito economico dall’esercizio e producendo a qualunque condizione, con la solita piagnucolante motivazione di dover “difendere l’occupazione” e la “continuità degli impianti”.
Salvo poi, quando pure gli aspetti decisionali sono stati presi in mano da ferree regole della libera concorrenza globale, mostrare tutti i limiti di un sistema vecchio, non ammodernato (anche in quanto a formazione del personale), di fatto assai lento perché profondamente “assistito”.
E di esempi se ne potrebbero fare a iosa: ma L’ILVA di Taranto e quasi tutta l’area industriale di Porto Marghera, a Venezia, ne sono gli esempi più eclatanti.
Questo modo “necessitato”, di fatto social-comunista, di produrre (tra l’altro pure poco attento agli aspetti “sensibili”, ecologico- ambientali, ma a quel tempo non c’erano le sensibilità attuali), è stato sempre “border line” per quanto attiene pure la prevenzione tanto dei lavoratori quanto dell’ambiente circostante, ma oggi non è più così.
Così come non sono più tollerabili alcuni costosi privilegi economici che, talvolta (è il caso di Alitalia, un feudo della destra sindacale e politica), esorbitano dalla tolleranza europea:
eppure insistiamo nell’appostarvi lì assurde poste di bilancio nazionale.
Questo ragionamento porta Rivoluzione Liberale a concludere che una accorta opera di “reset e riavvio” ormai incomba per i nostri livelli politici, che non possono più proseguire come se nulla fosse accaduto.
Certo, resettare una situazione senza di averne una di alternativa già elaborata non è facile: ma proprio per questo noi paghiamo le tasse e manteniamo centinaia, no migliaia, di politici “a tempo pieno” e pure -di nostra tasca- il mantenimento di costose macchine burocratiche e giuridiche.
Ma i soldi potrebbero non arrivarci non tanto per il nostro sdegnato rifiuto, quanto per la totale assenza di idee novative, riformatrici e progettuali, su cui investire per ammodernare l’Europa, che “sopporta” con pazienza un invecchiato Padre Fondatore in balia di demagoghi e perdigiorno.
Che ci sta dicendo la UE, non fidandosi più di noi ?
“Pagare moneta, vedere cammello”
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