Hong Kong inizialmente era un villaggio di pescatori, che poi crebbe -anche da riferimento finanziario globale- fino a divenire uno dei principali poli (quello rivolto verso i mercati esteri) della Cina neo-capitalista; così quella immensa nazione asiatica, che prima non era affatto attrattiva per i capitalisti si è avvalsa di questa ex colonia inglese per diventarlo.
Facciamo un pó di storia.
Durante la seconda guerra mondiale Hong Kong, che era pur sempre una colonia inglese, non si differenziava affatto dal circostante territorio costiero cinese e non si sognava neppure di insidiare, sempre lungo la stessa costa, la magnificente opulenza attrattiva di Shanghai. Diciamo che la colonia era una via di mezzo (con tendenza minore, verso il basso) tra la povera Cina e, appunto, la ricca Shangai.
Le cose cominciarono a mutare verso la fine degli anni ’40, quando -trionfante Mao- venne fondata la Repubblica Popolare Cinese e grandi masse di maestranze optarono per una forte migrazione interna: dal modello comunista che comprimeva per tutti, verso il basso, qualsiasi spazio di libertà e creatività, verso un sogno.
La guerra fredda, successivamente, portò alla pratica lobotomizzazione pure della opulenta Shangai che, prima della guerra di Corea, di fatto impediva lo specchiarsi diretto tra due forme di geografie economiche del tutto opposte in quanto a mentalità, vita e costumi.
In una parola, tra i ricchi modelli occidentali e quelli -poveri- comunisti agricoli orientali, molto ben raffigurati entambi -nelle Sale cinematografiche- dalla nota pellicola “Platoon”.
La guerra di Corea, quindi, fu una sorta di spartiacque soprattutto per i giovani di allora: che sono, poi, i nonni e pure i padri dei giovani che oggi si ritrovano a manifestare per la libertà nelle piazze di Hong Kong, pur pressati e del tutto arbitrariamente colpiti dalla polizia di Stato cinese.
Ed è a questo punto che Rivoluzione Liberale vorrebbe far entrare in scena quell’ideale figura geometrica -di forma triangolare, rovesciats- che tuttora raffigura la proiezione della Cina verso Occidente: che ha in Pechino, Shangai e Hong Kong, i tre cunei di riferimento. Perché non si può comprendere in pieno la vita economica honkonghese senza di aver prima metabolizzato quel modello di “capitalismo comunista” che Shangai ha ben interpretato per decenni e su cui varrà la pena di ragionare in un articolo successivo a parte.
Nel 1997 Hong Kong tornò cinese (sia pure con la formula di “un Paese due sistemi”, per voler tranquillizzare gli investitori internazionali), mentre Shangai continuò a essere “la dinamo” della Economia interna, nel senso che ad essa è sempre spettato il compito di rifornire la piccola e media industria nazionale.
Hong Kong, d’altro lato, é investita del ruolo di essere il polo attrattivo dei grandi business economici e finanziari mondiali.
Perchè essa può ben vantare un DNA del tutto occidentale, avendo da sempre tenuto larghi i margini di autonomia da Pechino. É uno stato di cose, questo, che non rende affatto facile il far riportare alla realtà quel gregge, a colpi di arresti, manganello e pistolettate.
Anche perché il dollaro hongkonghese è legato a quello USA con vincoli assai stretti e -in caso di forti perturbazioni con la madre patria cinese-   non trovando alcuna sponda con gli USA, gli difetterebbe ogni forma di copertura ad opera della Federal Reserve.
E questo vorrebbe dire il tracollo di tanti investimenti internazionali; di molti Fondi di investimento; di innumerevoli banche, ché il crollo di Wall Street sarebbe la classica giuggioletta al confronto.
Rivoluzione Liberale non crede affatto che lo scontro tra USA e Cina arriverà così distante fino a far coinvolgere Hong Kong;  in più,  che il ferreo regime comunista cinese (da qualsiasi parte lo si guardi sempre rosso è) e l’anelito di libertà hongkonghese troveranno una qualche forma di buona composizione: dopotutto lo impone l’economia globale.
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