“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, così recita l’articolo 1 della nostra Costituzione.

Ma ci siamo mai posti il problema di comprendere, fino un fondo, qual è il significato che i nostri “padri costituenti” intendevano esprimere quando hanno scritto e approvato questo articolo, che è la base anche etica e morale, su cui poggia l’ordinamento della nostra Repubblica e che pertanto regola i valori fondamentali della vita di ogni giorno di ogni cittadino italiano?

L’aver messo il lavoro, quale primo tra i primi, dei valori fondanti del nostro ordinamento, dell’ “essere nazione” democratica, ci dovrebbe far molto riflettere sulla sua importanza e sul ruolo cardine che il lavoro dovrebbe avere per tutti noi cittadini e pertanto, sempre secondo i dettami dello stesso articolo della Costituzione, per politica del nostro Paese.

Tutta l’azione politica sia legislativa che esecutiva, dovrebbe ruotare intorno alle politiche del lavoro ed a tutto ciò che lo precede (scuola e formazione in generale) e ne consegue (stato sociale e pensioni).

Tanto per fare un esempio e meglio capire le profonde implicazioni che tutto ciò dovrebbe comportare nella nostra vita quotidiana e comprendere le differenze tra i valori base dei vari ordinamenti costituzionali delle più importanti nazioni democratiche e libarli del mondo, la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776, dice:

“Tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità; allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità.”

A differenza della nostra Costituzione, in quella degli Stati Uniti d’America, la felicità è un vero e proprio diritto dei cittadini appartenenti a quello Stato, ed è esplicitamente sancita e richiamata all’interno della loro Costituzione, il governo statunitense, così come i loro organi rappresentativi, devono garantire pertanto la felicità dei propri singoli cittadini ed in conseguenza di ciò della collettività.

Ma allora la Costituzione della Repubblica Italiana non tiene in debito conto della felicità dei suoi cittadini?

In realtà non è proprio così, i padri nostri costituenti, cercando di unire le varie “anime” dell’allora dell’Assemblea Costituente, hanno indicato quale fosse la via maestra per il raggiungimento della felicità dei propri cittadini, ed è il lavoro il mezzo attraverso quale lo Stato deve aiutare ogni singolo cittadino italiano, a realizzare la propria vita.

Sia per il raggiungimento del benessere economico e materiale, che per il raggiungimento proprio benessere interiore e delle proprie giuste e innate ambizioni ed aspettative personali, quindi al raggiungimento della propria felicità, o se preferiamo, in altre parole, per la comprensione ed il  raggiungimento del senso della propria vita.

Questa è cosa però ben diversa invece, da ciò che oggi succede a moltissimi di noi nella vita di ogni giorno.

La ricerca di senso della propria vita, attraverso il lavoro, non può e soprattutto non deve, essere un lusso per pochi, proprio perché diritto fondamentale sancito dalla nostra Costituzione.

Una delle obiezioni che più frequentemente emergono quando si fa notare ciò e dell’importanza che il lavoro ha su ognuno di noi e che debba essere ancorato ad una “radice di senso”, è quella secondo cui, tale possibilità non sia attuabile per tutti e che pertanto la ricerca di senso della vita anche attraverso l’attività lavorativa sia pertanto un “lusso” che solo pochi possono alla fine concedersi.

Creative, libere, indipendenti, smaterializzate, così apparirebbero essere le attività lavorative, al fine di poter ambire a generare senso per chi ha la fortuna di poterne fare il centro del proprio lavoro.

Chi invece è vincolato in una catena di montaggio, piuttosto che legato alla postazione telefonica di un call center, oppure vive nella precarietà di un lavoro stagionale, sia questi un cameriere, una receptionist o un bagnino, non potrebbe invece permettersi tale lusso, dovendosi accontentare dello stipendio, con la speranza che sia almeno regolare e giusto, con cui cercare di compensare la fatica di un lavoro, esistenzialmente poco soddisfacente.

Sono invece personalmente convinto che le cose stiano altrimenti, che ci sia invece un orizzonte aperto alle aspettative di ciascuno di noi, indipendentemente, o quasi, dal tipo di lavoro che si svolga, a patto però che la politica inizi finalmente a fare propri quei valori sanciti dalla nostra carta costituzionale, ed abbia finalmente la capacità di non annientare attraverso la sua pochezza, le promesse di senso, che ogni azione generatrice di valore, porta in sé.

La sfida più grande della politica di oggi, deve essere pertanto quella di introdurre, ovviamente a partire dalla scuola, ed attraverso la formazione continua dei cittadini a cui tutti noi oggi non ci possiamo sottrasse nell’arco della nostra vita lavorativa e non solo, attraverso politiche di innovazione, magari proprio la dove meno ce le si aspetterebbe e soprattutto in quegli ambiti, dove sembra che i lavoratori siano rassegnati a vivere lavori poco significativi, poco utili agli altri e che trovano la loro giustificazione nell’essere eseguiti solo nello stipendio che procurano.

Ogni lavoro, con pochissime eccezioni, può, meglio deve, diventare un lavoro generatore di senso per chi lo fa.

Occorre una cultura sociale consapevole e diffusa che reclami questi valori e questi cambiamenti, occorrono quindi anche politici dotati di spirito profetico e una buona dose di umanità, cose che forse non si insegnano, ma che certamente, si possono imparare.

Confucio che ha detto: “Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua”.

Ed così, che deve finalmente apparire ad ognuno di noi il senso della vita ed il conseguente raggiungimento della felicità individuale e conseguentemente collettiva, che invece vede il nostro Paese sempre nei posti di rincalzo nelle classifiche europee o mondiali che vengono ciclicamente stilate.

Si può essere d’accordo o meno, sullo spirito fondante che l’Assemblea Costituente del 1947 ha voluto imprimere alla nostra carta costituzionale.

C’è chi la ritiene vecchia e superata, c’è chi la ritiene la “migliore del mondo”, ma una cosa è certa per tutti, comunque la pensino, oggi l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica italiana è vigente così.

Noi tutti, abbiamo la facoltà di cambiarla, nei modi e nei termini che essa stessa prevede e se decideremo di farlo, in fin dei conti da uomini e da donne è stata scritta ed approvata, e pertanto uomini e donne se lo vorranno potranno in futuro cambiarla, ma finché vigerà così come è stata scritta e con i valori che essa stessa rappresenta, noi tutti e soprattutto i politici che eleggiamo a rappresentarci, dovrebbero finalmente porre la giusta e doverosa attenzione al raggiungimento della felicità dei cittadini italiani, attraverso il lavoro che svolgono ogni giorno o che dovrebbero poter svolgere visto l’altissimo tasso di disoccupazione specialmente giovane che c’è in Italia, costringendo molti giovani ancora ad emigrare alla ricerca di occupazione.

Direi che dal quel 22 dicembre 1947 ad oggi, di tempo per comprendere e soprattutto applicare tutto ciò, ne sarebbe passato più che a sufficienza.

Cambiare si può, anzi cambiare si deve.

Se non adesso quando!

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