Il gran parlare della politica politicante dell’ultimo periodo alimenta confusione quando invece occorrerebbe chiarezza. Per rilanciare il Paese, stremato dal lockdown di tipo cinese attuato a causa del Covid-19, bisogna ripartire dal Mezzogiorno. Il resto è aria fritta, un film già visto e rivisto cento volte che continua a riproporre lo schema ormai datato di elargire denari e infrastrutture alle regioni del Nord. Lo squilibrio territoriale è evidente: reti stradali, autostradali, ferroviarie e aeroportuali, scuole e ospedali, opere finanziate in tutto o in parte dallo Stato, nel corso degli anni si sono concentrate dall’Arno in sù. La spesa ha tralasciato il Meridione per concentrarsi nell’area padana aumentando colpevolemnte il gap tra i territori. Chi non vede o è in mala fede o è completamente cieco: tertium non datur.

Da qui la necessità di imprimere un necessario cambio di direzione da molti a chiacchiere auspicato ma nei fatti negato. Non occorre una lente di ingrandimento per rendersi conto di quanto occorra ben spendere per avviare politiche virtuose tese a riequilibrare il territorio nazionale. Spiace che anche durante gli ultimi anni i presidenti delle Regioni del Sud non abbiano evidenziato con dati e numeri alla mano la necessità di garantire maggiori sforzi realizzativi nei territori meno dotati di opere pubbliche essenziali. Lo sviluppo del Paese tanto invocato non può avvenire se non si riducono in maniera concreta le differenze tra le regioni. Occorrerebbe istituire, per esempio, una cabina di regia dedicata a tutto il settore degli investimenti pubblici con uno sguardo attento rivolto in particolare alle aree del Meridione. Sardegna, Sicilia, Molise, Basilicata, Calabria in primis dovranno beneficiare necessariamente di investimenti utili anche ad evitare la dolorosa emorragia dovuta ai flussi migratori.

Anche in questo caso, a parole, si invoca il ripopolamento delle aree interne e dei piccoli borghi ma senza lavoro e senza un’adeguata rete infrastrutturale come si può limitare il fenomeno? Una domanda semplice a cui bisognerebbe rispondere con fatti concreti al di là delle formali e pelose dichirazioni di circostanza. I governi, a prescindere dal loro colore, dovrebbero rispedire al mittente i ricatti politici che subiscono da qualche partito a vocazione nordista fiancheggiato da qualche associazione di categoria con specifici interessi zonali.

Insomma, la politica dovrebbe avere uno scatto d’orgoglio e decidere se ritiene utile salvare il Paese oppure no. Per uscire dalla palude non si può che ripartire dal Mezzogiorno, per anni visto quasi esclusivamente come bacino elettorale e clientelare.

Studi, ricerche, relazioni raccontano di uno squilibrio tra regioni che nel corso degli utlimi tre decenni è andato colpevolmente aumentando. Di chi la colpa? Di chi la responsabilità? Certamante di coloro che a vario titolo hanno gestito o malgestito il Belpaese e le sue varie articolazioni compiendo scelte tese a privilegiare alcuni e a danneggiare altri, al netto delle responsabilità degli amministratori locali. Il resto è retorica condita da una buona dose di luoghi comuni cari a chi ha pochi argomenti da offrire. Lo Stato si faccia parte attiva nel ridisegnare l’Italia avendo come faro guida una visione lungimirante proiettata al futuro capace di andare oltre l’ostacolo in un contesto europeo sempre più concorrenziale.

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