Considerazioni a partire dal libro di Giancristiano Desiderio “Croce ed Einaudi” con uno sguardo sul presente.

Per molti liberisti Benedetto Croce è spesso visto come fumo negli occhi.

Anche io che mi sono sempre riconosciuto nel liberalismo classico di stampo evoluzionistico, mi sono avvicinato a questa figura con sospetto. Ma grazie al libro “Croce ed Einaudi” di Giancristiano Desiderio, crociano Doc, ho imparato ad apprezzare il filosofo partenopeo proprio per i tratti autenticamente liberali del suo pensiero.

Desiderio ci introduce alla discussione (e non alla polemica) tra i due giganti del liberalismo italiano, padri nobili del Partito Liberale, tratteggiando il contesto storico entro il quale essa si è sviluppata (ovvero il periodo che va dall’ascesa del fascismo alla fase post II Guerra Mondiale) sottolineando la comune preoccupazione dei due protagonisti per la perdita della libertà e per il futuro della stessa in Italia e nel mondo.

Ne deriva un ritratto di due uomini che si stimano e si rispettano profondamente, con Einaudi che si rivolge a Croce in uno dei momenti più difficili della sua vita come se avesse di fronte un “fratello maggiore”.

Desiderio affronta naturalmente il tema centrale e lungamente dibattuto della discussione su liberalismo e liberismo, ne ripercorre le tappe e ci chiarisce, come già nel sottotitolo, che Croce ed Einaudi sono destinati a non capirsi poiché ragionano su piani differenti: il filosofo su un piano puramente teorico-speculativo in cui la sua filosofia si identifica con il liberalismo, mentre Einaudi, da economista quale era, ragiona su un piano pratico.

Insomma essi ci offrono rispettivamente la teoria e la pratica del Liberalismo.

L’opera di Desiderio è ricca di altri interessanti spunti di riflessone e ne consiglio vivamente la lettura.

A questo punto, però, vorrei dare la mia personale interpretazione, sperando di essere in linea con la posizione dell’autore e di non fraintenderlo: Einaudi aveva sicuramente ragione, le libertà economiche (proprietà privata, libero mercato) sono istituzioni essenziali a garantire la libertà degli individui ma, se così posso dire, anche Croce non aveva torto. Egli infatti non vuole legare il liberalismo ad una componente puramente economica per due motivi: da un lato perché in quanto filosofo idealista non poteva accettare un liberalismo fondato su di un principio “materialista”(stessa inaccettabile condizione che criticava ferocemente nel comunismo), ma dall’altro perché il suo è un liberalismo che rifiuta ogni dogma, ogni risposta definitiva e statica ma che invece vive nel rapporto con la storia e la realtà (vedi nel libro il capitoletto dedicato a Machiavelli) ,selezionando ed eliminando di volta in volta le opzioni che meglio corrispondono alle esigenze di libertà.

Insomma il liberismo “alla carte”, con ricette preconfezionate valide sempre e comunque non è vero liberalismo (e a mio parere oggigiorno mostra limiti evidenti che meriterebbero una trattazione a parte).

Per concludere, invito a riflettere riguardo a Trump e ai dazi sui prodotti cinesi. Il protezionismo è sempre stato, sin dai tempi diAdam Smith, nemico giurato del liberalismo, ma se valutiamo le condizioni storiche e la realtà attuale ci accorgiamo che, se tali misure servono non ad uccidere il mercato globale, ma a riequilibrarlo contro le distorsioni operate da modelli di capitalismo illiberale come quello cinese, allora possono essereaccettabili.  So che questo a molti può sembrare difficile da digerire, ma secondo me un liberale vive del dubbio e delle continue sfide della realtà, che mai si esauriscono e che sempre ci invitano a metterci in gioco contro ogni schematismo.

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