In una seduta del fine giugno u. s. la Commissione Giustizia del Senato ha licenziato per l’aula il testo di un Ddl (il n. 812) che attiene una tematica fondamentale per ogni democrazia: la libertà di stampa.
Ora, di tutto ci si poteva aspettare dagli “aspiranti stregoni” che governano le nostre vite comunitarie nazionali, tranne che un intervento alle radici stesse del nostro modo di essere informati.
Premettiamo subito un concetto.
“TUTTO”, per un liberale, dovrebbe essere consentito di poter scrivere a un giornalista, ove vi fosse un minimo comune denominatore deontologico professionale, idoneo a perseguire il punto massimo di informazione precisa e completa a tutta la cittadinanza.
Invece, purtroppo, pare non sia proprio così.
Perché la carta stampata, le tv, le radio, i periodici – anche di gossip-, onde attirare più vendite (per incassare di più dalle inserzioni pubblicitarie), non perdono occasione per infilare talvolta -qua e là- delle notizie false e del tutto diffamatorie: o perché non le hanno comprese o, peggio, perché esse sono state del tutto distorte dagli estensori degli articoli.
Tutto ciò finisce per far perdere credibilità alla professione giornalistica stessa.
Quella coraggiosa che, ad esempio (guardando oltre l’ufficialità) , dal buco della serratura, aveva pur dato dei formidabili colpi di maglio al Potere: ricordiamo, per esempio, il caso-Watergate che  sferrò una poderosa cannonata al capo supremo della maggior potenza economica e militare mondiale, facendo rotolare lo stesso.
Oppure -in epoche più recenti- al potere bancario, ovvero ai casi di “parentopoli”, “tangentopoli”, passando per le latterie e l’acciaio, fino alla sanità.
Ma ritorniamo al Senato.
Ebbene il testo che verrà proposto dalla Commissione Giustizia all’Aula prevede che le sanzioni comminabili al giornalista possano arrivare, nelle cause Civili, sino a 50.000 €. di risarcimento.
Il che, di fatto, significherebbe che il giornale che diffonde quella notizia, ove non si trovasse coperto da alcuna buona e corposa polizza assicurativa, potrebbe trovarsi di fronte al dilemma se “mettere in quarantena” dalla paga mensile l’incosciente notista, ovvero -in un caso ancor più dubbio- se dover cestinarr del tutto quel pezzo.
Ciò, di fatto, sarebbe la fortuna delle Agenzie Ufficiali di stampa: uniche depositarie del Verbo.
Di tal guisa, la Corte costituzionale, più volte chiamata a pronunciarsi in ordine alla eventuale sanzione carceraria per i giornalisti colpevoli di diffamazione, attende la emanazione di una chiara norma. La diffamazione a mezzo di stampa  lo sappiamo, è una materia tra le più scivolose: perchè deve tutelare -nello stesso tempo- le reputazione delle persone, ma senza svilire il più coraggioso ardimento giornalistico; non ci pare che una scontata, monotona, solita, “sanzione pecuniaria” possa essere sempre la risposta giusta. Suvvia.
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