Il titolo di questo articolo me lo hanno ispirato tutti quelli che nelle scorse settimane hanno lavorato, mane e sera, un giorno sì e l’altro pure, contro il Presidente Conte e il suo governo nella difficile trattativa con l’Europa. Montagne di gente, anche in buona fede -per carità-, ma che di fatto aspettavano con ansia che l’Italia fisse penalizzata nella ripartizione del denaro UE.

Allora, essendo uno dei pochi coraggiosi privilegiati che, vent’anni fa, ha avuto l’ardimento di presentare un progetto concreto (in materia di trasporti) alla Direzione europea che aveva bandito quella gara (non andato a buon fine per completezza informativa), ho potuto maturare un pó di esperienza nel merito: utile per capire bene come vanno le cose a Bruxelles.
Primo punto: la domanda va redatta in inglese, seguendo ferree procedure.
Secondo punto: ci deve essere, sempre, un rapporto diretto tra progetto e spesa, tenendo conto che quest’ultima copre solo una parte del costo del primo (a meno che le cose non siano cambiate, ma non credo).
Terzo punto: in Italia, oggi, o ti fondi sulla “memoria storica” degli uffici e della burocrazia che conoscono in quale scaffale ministeriale sia stata archiviata tutta la documentazione per quel progetto, o non puoi fare proprio nulla.
Puoi solo vederlo dall’alto, quel pozzo. Ma stai attento a non avvicinartici troppo, sennò caschi dentro e ti anneghi.
Ma il pozzo c’è ed è pieno d’acqua per il nostro Paese.
Siamo veramente pronti ad accedervi, per rifocillarci dopo la pandemia?
Perché la battaglia compiuta in Europa sarebbe paradossale non trovasse concreta attuazione a causa di iettature interne, passaggi autorizzatori centrali o locali.
Non è proprio quella del “reddito di cittadinanza” la strada giusta.
E nemmeno quella ispiratrice di “Quota 100”, ovvero le grandi intuizioni che ancora finanziano “a babbo morto” Alitalia!
Siamo veramente pronti a compiere questo salto di qualità?
Questo Paese è veramente in grado di andare verso una economia “pulita, digitale e moderna”?
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