Il 18/19 aprile del 1993, insieme ad altri 28.936.746 cittadini italiani, votai “SÌ” al referendum -promosso da Mario Segni e dal Partito Radicale- volto a proporre l’abrogazione dela legge elettorale che presiedeva alla elezione del Senato della Repubblica.
Questa decisione era il coerente corollario che mi diedi dopo di aver approvato, due anni prima, la modifica del sistema di elezione della Camera dei deputati: fu un plebiscito, anche in quel caso, supportato dal 95,51% dei votanti.
Era quello un momento del tutto MAGMATICO per la politica italiana, che era tramortita, del tutto “groggy”, dopo il formidabile uppercut che aveva sferrato alla sua immagine pubblica la Magistratura Inquirente (principalmente di Milano), che stava partorendo quella strana creatura, per metà umana e per metà taurina: nota come il gioco che aveva pure tanto di riquadro carcerario, “Tangentopoli” (dal più noto “Monopoli”).
Quei risultati referendari assai plebiscitari furono, di fatto, del tutto susseguenti a quei giorni ed ebbero pure la forte caratteristica di tener  uniti insieme operai e imprenditori; nordisti e sudisti; uomini e donne; giovani e anziani; in una sorta di “afflato-sbornia collettiva” che -da piazza Venezia in poi- è sempre stata la grande connotazione tipica della rabbia populista, sovranista, peninsulare.
Che poi, improvvisamente, si ravvede rendendosi conto delle vere e proprie… topiche…prese, ma non mancando mai -comunque- di affibbiarne la colpa agli “altri”.
Mai prendersi in prima persona la propria responsabilità. Questo è un altro tipico, palese, persino scontato, costume mediterraneo.
Questa volta, tuttavia, vorremmo stimolare una sana autocritica: portando a supporto di essa alcuni dati numerici.
Le grezze riforme maggioritarie, divaricanti e approssimative, da gladiatori della politica, fin da quella XII Legislatura in cui hanno cominciato a dispiegare le proprie ali, hanno fatto nascere ben 16 governi (alla media di uno ogni anno e mezzo): alla faccia della stabilità.
Così abbiamo liberamente “interpretato” anche il precetto Costituzionale: che parla di un Parlamento eletto dal popolo, non nominato dalle consorterie di partito, riunite (se mai lo fanno) attorno a un tavolo.
Inoltre c’è stata una colpevole, ma formidabile accelerazione del degrado di qualità della classe politica: reclutata -com’è capitato assai, soprattutto negli ultimi tempi- da trasmissioni televisive, piuttosto che da sondaggi telefonici di sapore casereccio.
Dei politici di fatto “paracadutati” nei territori, senza di avere neppure la….conoscenza del piatto tipico del luogo che li ha eletti !
Scelti “a simpatia” (per non dire di peggio) da presuntuosi, acidi, supponenti e francamente tanto antipatici, leaders: tanto a destra, quanto a sinistra.
Una barbarica mistura, questa, di vero “populismo con venature autoritarie, anche se divise in fazioni tra di loro contrapposte soltanto per l’ansia di conquistare il potere, tutto il potere, a discapito l’una delle altre”, come ha detto il nostro Presidente nazionale, On. Stefano De Luca, nella sua Relazione introduttiva al XXXI Congresso nazionale del PLI.
SÌ, é giunta l’ora di fare pubblica ammenda: io, ad esempio, mi pento per i due voti che -errando-diedi allora e prometto che, per sanificarmi ammodo, mi batterò d’ora in avanti per un pieno ritorno del sistema proporzionale con le preferenze.
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3 COMMENTI

  1. Sono, francamente, contrariato dall’articolo di Sante Perticaro. Premetto che anch’io ho votato, in maniera convinta , e non me ne pento affatto, i referendum che , finalmente, avrebbero dovuto mettere fine alla partitocrazia in Italia. Il punto, che non non sembra essere stato analizzato nell’articolo, é che il sistema dei collegi uninominali presuppone il divieto assoluto di candidarsi in più collegi, proprio perché il candidato deve essere espressione del Territorio. Ponendo il divieto di pluricandidature, giocoforza , il candidato sceglierà il territorio a lui più congeniale, nel quale é
    conosciuto, con ciò togliendo un arma formidabile ai capi partito nel momento della presentazione delle candidature. Come avviene nei Paesi di consolidatata democrazia con elezioni in collegi uninominale. Altro punto, fondamentale, é stata la legge elettorale che scaturì da quella tornata referendaria che , con il 25 % di proporzionale residuo, consentì a dei trombati nei collegi uninominali di rientrare dalla finestra, spesso con il giochino dei resti su scala nazionale! E ricordo che ci furono dei trombati eccellenti che , grazie alla furbata del 25%, si salvarono e ancora oggi galleggiano nella politica nazionale, senza pudore ne dignità! Personalmente , penso, che il miglior sistema di elezione sia quello uninominale, con il divieto di pluricandidature , senza alcun recupero proporzionale e senza premi di maggioranza. All’inglese, che, mi sembra non abbia mai deluso i cittadini di quella nazionale che, pur sacrificando un minimo di rappresentativitá, ha sempre consentito dei governi stabili. In un sistema siffatto a nessun deputato verrebbe in mente di allearsi, in caso di un governo di colazione, con dei deputati di partiti avversari di diversa ideologia, perché sanno che non sarebbero rieletti nei loro collegi, se tradissero in modo così palese il voto dei loro concittadini. Invece, assisto, in questo periodo, alla difesa del proporzionale , sia pure con la preferenza, che rappresenta un formidabile sbarramento alla partecipazione dei cittadini alla politica, atteso che per entrare nella lista devono per forza di cosa sottoporsi alle forche caudine della scelta da parte del partito. Ed ad esso risponderà, mica agli elettori ! Il tutto sarà aggravato dalla certa riduzione dei deputati e senatori, con il risultato di rendere più onerosa una campagna elettorale. In questo modo, non solo si dovrá passare dalla nomenklatura partitica per la candidatura, ma si dovranno spendere molti più soldi per la campagna elettorale, di modo che la politica resterebbe appannaggio di chi ha più mezzi economici o, per paradosso, da chi non ha nulla da perdere. Onestamente sono allibito da questa posizione di puro ritorno al proporzionale. Con questa posizione , si pongono le basi della restaurazione della peggiore prima Repubblica. Un bel passo in avanti verso la “normalizzazione” ed una resa incondizionata di fronte alla classe politica che , attraverso vari espedienti, ha depotenziato e scientemente boicottato il sistema maggioritario nato dalla stagione referendaria che avrebbe reso finalmente gli italiani dei cittadini nel pieno senso della parola e non dei cittadini sulla carta, ma sudditi, di fatto. Mi spiace , ma da liberale, penso che non si debba cedere su questo punto.

  2. Non condivido affatto la sua impostazione, dott. Orlando, seppur la rispetti.
    Perché essa è la dimostrazione di come… un marziano resti un marziano e non sviluppi -in un quarto di secolo- nemmeno un mino o di senso critico e pure autocritica. Ebbene, anch’io votai -quella VOLTA- a favore della proposta di Segni: quindi ero al suo fianco. Nell’errore.
    Perché non solo ribadisco tutte le cose scritte (con dispiacere) nell’articolo, ma rafforza questa mia tesi con l’ignoranza assoluta, da asilo infantile, che QUESTA classe politica (paracadutata sui territori) ogni giorno dimostra.
    Conoscenza della gente?
    Io non so dove la veda lei. Per me sono tutti dei marziani. Che non sanno neppure quanti Centri Civici vi siano nel Capoluogo del Collegio che li ha eletti. La ringrazio per l’attenzione

  3. Io , invece, resto convinto che c’è stato un tradimento clamoroso della classe politica di allora, come adesso, del risultato referendario. Per puro istinto di sopravvivenza, certo. Ed é proprio questo che mi spinge a rigettare nella maniera più assoluta questo tentativo , aperto, di ritorno alla partitocrazia. Ognuno fa le proprie scelte e, mi creda, da liberale credo nel rapporto diretto fra rappresentati e rappresentanti con questi ultimi che, alle elezioni, devono dar conto delle loro azioni. Cosa che non faranno mai, con un sistema proporzionale nel quale (e su questo , mi permetta, non mi ha risposto) devono dare conto ai capi di partito che formano le liste. Ecco perché hanno partorito la prima legge con il recupero del 25% in proporzionale ed hanno consentito le pluricandidature. Decretando , in culla, il fallimento futuro , e certo, date le premesse, di quella che doveva essere il principe della fine della partitocrazia. E noi, come liberali, cosa facciamo ? Per fare il dispetto accettiamo il ritorno alla piena partitocrazia, relegando gli elettori a puri portatori di consensi, non finalizzato alla realizzazione di programmi , ma alla conta di quanta parte di potere in percentuale , lista per lista, i maggiorenti dei partito avranno ? Non ci sono bastati cinquanta anni di prima repubblica e questa falsa seconda repubblica che ha cambiato legge elettorale per ben due volte e si appresta al grande ritorno al passato ? Per quanto mi riguarda penso che passeremo dalla padella alla brace. Avremo meno deputati, eletti , anzi nominati in liste, con ancora meno rapporto con il territorio con un Parlamento di persone che, come ho cercato di dimostrare prima, rispondono ai loro referenti e non agli elettori, peggio di adesso. Marziani ? Certo ; ce li stiamo facendo diventare ancora di più avallando certe scelte ! Preferisco essere ignorante da asilo infantile, piuttosto che rinunciare a difendere i miei principi di libertà, e, se mi permette, di liberale.

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