Oggi abbiamo ancora bisogno delle scuole di partito? Sugli istituti della formazione politica “agognata, inseguita con inestinguibile passione, perseguita, scorticata da critica, amata, invocata e rimpianta” è caduto un silenzio pesante come cenere vulcanica. È necessario portare alla luce i vecchi istituti, analizzare i nuovi soggetti deputati alla formazione politica ed infine ragionare sul futuro del Paese. La politica, del resto, è l’unica arte che parte dal futuro per arrivare al passato perché, attraverso la visione del domani, cristallizza il presente nella storia. La formazione attuale non nobilita la classe politica ma la specializza sul piano delle competenze privandola dei connotati tipici della militanza, passione e missione.
Nella c.d. Prima Repubblica dominano le ideologie e prevalgono le culture. Con l’avvento della “Seconda Repubblica” l’ideologia del comunismo e i partiti laici si estinguono. Si assiste ad una vera e propria rivoluzione del sistema politico. Sono imprenditori, manager e tecnocrati a dominare la scena: nessuna formazione politica si autodefinisce più “partito”. Nella “Terza Repubblica” sono il MoVimento Cinque Stelle e la Lega ad interpretare le caratteristiche della nuova classe politica voluta dagli Italiani: non importa se questa abbia esperienza politica o competenze tecniche, deve dimostrare di provenire dal popolo. Il nuovo leader è “uno di noi”, pertanto, è meritevole di fiducia. Le vecchie scuole di partito interpretavano l’alfabetizzazione politica come un percorso di vita fatto di inevitabili soddisfazioni e delusioni, misto fra esaltazione e sofferenza. La politica della cultura ha progressivamente lasciato spazio alla politica del sentimento. Le scuole di politica odierne consistono in brevi soggiorni o corsi nei quali i giovani militanti vanno ad ascoltare relatori e partecipano a dibattiti su alcuni temi di politica contemporanea. Niente a che vedere con gli esempi del passato, quando si studiava dai tre mesi a un anno e si veniva giudicati per ottenere l’abilitazione alla “professione politica”.
Le scuole di partito rappresentano un universo molto composito nel quale è possibile leggere una cultura politica che dialoga con la trasformazione del costume, della mentalità, delle generazioni, del modo di intendere l’adesione a una fede. Educare alla politica significa verificare lo spessore di un partito pedagogico come il PCI, ma anche capire come una scuola di partito possa diventare un microcosmo dove si sperimentano la vita collettiva, l’identità di gruppo, le coordinate culturali, la tenuta del credo ideologico ed i linguaggi comunicativi.
Uno dei problemi centrali della democrazia contemporanea è la crisi della rappresentanza. Tale crisi si intreccia con il tema dei partiti e con il loro ruolo nello Stato costituzionale. I partiti , un tempo pilastro delle istituzioni, hanno finito per “appesantirle ed occuparle”. Oggi i partiti non sono più in grado di rappresentare gli interessi degli elettori. Per quasi cinquant’anni i partiti in Italia hanno avuto sempre delle forti leadership ma all’interno di una classe dirigente plurale, si pensi alla DC, al PCI ed anche al PSI. Dal 1994 in poi il sistema partitico è mutato e le leadership hanno condizionato la stessa organizzazione del partito sino in alcuni casi ad azionare movimenti di carattere esclusivamente carismatico. L’essere il partito rappresentante politico degli interessi generali di una parte sociale, la classe di riferimento, ed elaboratore di un sistema di idee (Ideologia) che della classe promuove l’influenza, propagando una visione di società che ne ospita l’egemonia, resta dogma intatto fino agli anni ’60. Con la middle class questo schema salta: non più parti che confluiscono, per via conflittuale, in una totalità, ma una totalità che perpetuamente si scinde in parti e si riforma. Viene così distrutta la ratio della forma partito che tendeva a esaltare una parte sulle altre. L’altra funzione del partito che salta è quella pedagogica, tesa a guadagnare larghe masse analfabete in un sistema organizzato di idee che le sostiene e difende, informandole ed educandole per mantenerle atte al combattimento nell’agone politico. Questa funzione viene espropriata dalla socializzazione dei processi pedagogico-educativi e dal dialogo sociale. I vecchi partiti vengono spazzati via ed i nuovi, che ne prendono il posto in un contenitore sostanzialmente invariato, puntano al consenso sulla base di un linguaggio nuovo ma spesso vuoto. Sono i partiti “antipolitici” ad emergere. I luoghi deputati al confronto e alla formazione di quelle che un tempo venivano definite le linee del partito non sono più le sedi istituzionali tradizio nali: è la rete la nuova agorà.

Oggi si sente l’esigenza di un rinnovato patto costituzionale tra i partiti, gli elettori e gli eletti. Dinnanzi al dilagare dei dilettanti della politica e al rischio di un assoluto svilimento delle istituzioni politiche, sarebbe forse il caso di ristabilire la necessità dei politici di professione. D’altronde, l’approccio individualistico che ha spinto singoli leader politici a creare la propria scuola politica si è rivelato insufficiente e limitativo, in quanto l’apprendimento che sovente ne è scaturito risulta autoreferenziale. Non beneficiando di momenti di aggregazione e confronto con “la base” né della condivisione della cultura politica del partito stesso, si finisce per rafforzare nei fatti la percezione dei rappresentanti politici come una realtà completamente avulsa dal proprio elettorato e dalla società civile. Le nefaste conseguenze che scaturiscono dalla disaffezione alla politica finiscono per danneggiare in primis proprio i partiti politici, i quali hanno, per ciò stesso, tutto l’interesse a ricreare condizioni che favoriscano la loro legittimazione e il loro consolidamento e che assicurino al momento opportuno un ricambio al loro interno senza perdite per il partito stesso.
In tal senso, le scuole di formazione possono giocare un ruolo, se non esclusivo, cruciale. La tendenza a considerare disonorevole la militanza partitica, a causa della crisi del sistema partitocratico e della fine dei tradizionali partiti di massa, ha finito per ripercuotersi sulla stessa

macchina organizzativa dei partiti politici. Rilanciare l’importanza della formazione alla politica, restituirle il suo imprescindibile respiro culturale, fornire ai giovani la capacità di leggere con strumenti adeguati le trasformazioni in corso e i nuovi orizzonti della politica sono gli obiettivi che devono guidare qualsiasi partito che attraverso i suoi militanti voglia disegnare il proprio futuro.
Il nostro sistema non ha ancora prodotto un’alternativa democratica alla struttura partitica: ai partiti (quantunque in crisi) resta il compito di “forgiare” la futura classe politica, mentre alle scuole di “formare” la futura classe dirigente.
Le scuole di partito rappresentano ancora una risorsa insostituibile per la loro capacità di concentrare e ricomporre funzioni – di aggregazione e socializzazione, di salvaguardia e trasmissione della memoria storica, di addestramento teorico e tecnico – che gli altri strumenti di formazione, a “fruizione personalizzata”, non sono in grado di assolvere.
In conclusione, alla domanda dalla quale ha preso avvio questa riflessione “Oggi abbiamo ancora bisogno delle scuole di partito?”, segue naturalmente tale unica risposta: “Oggi più di ieri”.

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